Dancing with myself/ our article about the contemporary body

Some images, impressions and ideas from the new exhibition | Dancing With myself (Punta della Dogana / Venice) – ITALIAN ENGLISH VERSION

Come,come,my baby come
I will show you the world
Come ,come, my baby come
I will cover your nightmares

Jain -Come

Dalla presentazione della mostra: “Dancing with Myself indaga l’importanza primordiale della rappresentazione di sè nella produzione artistica dagli anni ’70 a oggi e del ruolo dell’artista come protagonista e come oggetto stesso dell’opera. Attraverso un’ampia varietà di pratiche artistiche e linguaggi (fotografia, video, pittura, scultura, installazioni…), di culture e provenienza, di generazioni ed esperienze, la mostra mette in luce il contrasto tra attitudini differenti: la malinconia e la vanità, il gioco ironico dell’identità pare l’autobiografia politica, la riflessione esistenziale e il corpo come scultura, effigie o frammento, e la sua rappresentazione simbolica.”

Il bello di un evento eccezionale è che è eccezionale, e un evento i riproposto ogni anno non ha più niente di eccezionale” ha detto Martin Bethenod, Direttore e Amministratore delegato di Palazzo Grassi/Punta della Dogana annunciando le nuove mostre di palazzo Grassi e Punta della Dogana dopo Damien Hirst. Pure, entrando in palazzo Grassi, l’assenza dell’enorme statua di Hirst lascia come un senso di vuoto, di spoglio.

Partiamo dal fatto che apprezziamo la scelta curatoriale di Punta della Dogana. Lì si parla di corpo d’artista, della vanità dell’artista e dell’uso simbolico di se stessi. Pur essendo una mostra già in parte presentata altrove, di certo ci troviamo di fronte a molte aggiunte. Rispetto all’uso continuo, modaiolo, dell’altro da sé, a cui abbiamo dedicato molti scritti, qua finalmente si parla di sé, senza infingimenti. Non è una cosa banale. Non c’è nemmeno un autoritratto nel senso classico. Il corpo è raffigurato, fotografato, scolpito, ma non è il soggetto della rappresentazione. Sono 32 gli artisti rappresentati, tra loro Marcel Bascoulard, Marcel Broodthaers, Damien Hirst, Giulio Paolini si aggiungono a quelli già presentati a Essen nel 2016.

Fischer
Fischer_Untitled_1 Urs Fischer Untitled, 2011 Paraffin wax mixture, pigment, steel, wicks 136,8 x 117,7 x 191,3 cm Pinault Collection Installation view: “Skinny Sunrise,” Kunstalle Wien, Vienna, 2012 © Urs Fischer. Courtesy of the artist and Sadie Coles HQ, London. Photo: Stefan Altenburger

Ci si ferma sulla soglia dell’epoca digitale. La mostra in sé s’inscrive in un periodo, con alcune fuoriuscite temporali come la surrealista Claude Cahun (1894, Nantes, Francia – 1954, Saint Helier, Jersey), in cui, pur essendo già stati espressi alcuni dei fondamenti teorici, assunte molte intuizioni su quella che è la nostra condizione attuale, il corpo poteva comunque continuare ad essere usato come luogo di frontiera politica, di genere, di fragilità. Non ancora, o non pienamente (forse solo come allusione o suggestione) come applicazione di una cooperazione possibile attraverso le tecnologie, con tutte le conseguenze sia conservative che creative che questo comporta.

In fondo già Benjamin aveva ipotizzato, riferendosi alla possibilità di aumento di potere della vista dato dalla fotografia, l’inconscio ottico. Non occorre risalire al Freud del Disagio della Civiltà, con la definizione di tecnologia come protesi che l’umanità ha sviluppato per allargare i propri poteri, basta il caro Vaccari, che nei ’70, dichiarava allegramente che “l’apparato fotografico ha autonoma capacità di organizzazione delle immagini in forme simbolicamente strutturate”. Stiamo in questa mostra al limitare della mutazione del corpo, laddove ancora ognuno poteva immaginare d’avere un’identità singola da indagare, da rapportare con gli altri e con la società nel suo complesso. Nasceva, contemporaneamente, una sorta di sussunzione, dove questa identità si moltiplicava ampliata, per certi versi svuotata riportandosi a luoghi, memorie, corpi esterni e complici.

C’è anche una delimitazione formale. Non c’è Fluxus qua. Pur essendo rappresentate delle pratiche performative, non c’è quella idea del corpo come “spazio per soffrire, per sentire tutto il complesso dell’emotività, della paura, dell’angoscia” (Gina Pane). I corpi esposti a lungo sono più ironici che sofferenti. I fluidi rimangono nascosti, la sensualità viene allusa, nessun Chris Burden si fa sparare a un braccio.

Kranz_Munderreihen
Kranz_Munderreihen Kurt Kranz Münderreihen from the Study of faces and hands, 1930-1931 25 gelatin silver prints 4 x 5,5 cm each Museum Folkwang Photo: © Ingrid Kranz

Si verificano le potenzialità del corpo. Bruce Nauman in Lip Sync cerca di sincronizzarsi con un audio che sente in cuffia e che ripete sempre la stessa frase del titolo. Però dopo un po’ non ci riesce più ed aumenta gli errori. Ulrike Rosenbach si chiede, con “Non credete che io sia un’amazzone” – 1976- quale sia il suo ruolo sociale in quanto donna e donna artista. E se i limiti imposti dalla società alla fine li avesse interiorizzati?

Gilbert&George ritengono la loro stessa vita immediata un’opera d’arte. Qua ci sono le famose foto su vari supporti,che ricordano le vetrate di una chiesa chic. Ma anche il povero Paulo Nazareth ritiene la stessa cosa, solo che la sua vita rappresentata è un viaggio dalle favelas a New York con tutti altri esiti.

Feliz Gonzalez Torres apre la mostra con delle tendine fatte di file di sfere rosse e bianche, che vanno attraversate per accedere a Punta della Dogana. Stanno per la malattia e la morte del suo compagno e il dolore suo, causati dall’Aids, in un contesto intersoggettivo che si completa solo con il nostro coinvolgimento. Alighiero&Boetti si presenta in una statua-autoritratto nella quale con una pompa si butta acqua sulla  testa. Quest’ultima è riscaldata e crea vapore, che sale continuamente. Così rappresenta ironicamente sia il processo creativo dell’artista che la sua malattia (sarebbe morto poco dopo per un tumore al cervello). In ogni caso, per la scelta di modificare il proprio nome, sta sempre lì a mettere in discussione l’identità singola con-chiusa, a favore della molteplicità del soggetto.

Cindy Sherman inscena ogni tipo di stereotipo con travestimenti grotteschi, sgretolando le fondamenta sociali dell’identità femminile, svelando comunque come ogni identità sia artificio. In tal senso le prime immagini lasciano intravedere il cavo dell’autoscatto che rivela la mesa in scena. D’altra parte Martin Kippenberger, con il travestitismo, mette in piazza personaggi androgini, stati emotivi ed identità sessuali fluide.

Non ci sono conclusioni da trarre qui, forse qualche impressione. Non è possibile in quanto non siamo osservatori neutrali, non è una sorta di sviluppo della storia dello spirito, in cui crescono via via esperienze più mature, in uno strano luogo e tempo omogenei, che ci permetta di tirare delle somme. Non è mai stato così: senza un ritorno all’idea positivista ottocentesca non è possibile considerare il manierismo  l’evoluzione del barocco, il rinascimento non è meglio del medio evo. L’evoluzione teorica e pratica si sviluppa con l’aumentare della potenzialità tecnologica, ne viene influenzata e l’influenza, nel contesto del Mercato in cui ogni espressione è immersa. Altrimenti dovremmo ipotizzare che davvero Nauman fosse così in bolletta da non avere nulla con cui lavorare nel suo studio e dunque per questo usasse il suo corpo. E che la differenza tra un suo video e uno contemporaneo sia solo di migliorata definizione della ripresa. E’ un processo più complesso in cui tutto si tiene, senza nostalgie.

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Cattelan_We Maurizio Cattelan We, 2010 Fiberglass structure, polyurethane rubber, wood, clothes 79 x 148 x 68 cm Pinault Collection © Maurizio Cattelan Photo: Zeno Zotti

E quindi, mentre in nostro Dna si modifica in base a questo processo, qua testimoniato agli albori, possiamo notare un cambiamento progressivo nell’uso del corpo. Innanzitutto del supporto, del medium su cui viene impresso. Nel senso che progressivamente la tecnologia prende sempre più sul serio se stessa. Il corpo dell’artista diviene un contenuto espressivo, uscendo dalla rappresentazione immediata di se stesso. S’interroga sulle proprie relazione con altri e vuole fare bella figura. Dunque imbelletta la propria immagine, sempre più ricercata. Dalle foto degli anni 70 a quelle di questo secolo il cambio, appunto, non è solo tecnico, ma anche di coscienza. Anche nel voler affrontare gli stessi temi.

L’ironia si diluisce e spezza in due rivoli. Sempre più si trovano o figure molto serie, molto prese nel proprio ruolo, molto consapevoli oppure si passa alla burla, volendo anche sguaiata alla Cattelan, al paradosso divertente o straniante.

La speranza è che davvero, come detto dal curatore, la prossima stanza di questo strano e ricco museo etnografico, di questa collezione, sia quella dell’attuale, per vedere cosa ha portato di nuovo e bello nell’arte questo rinnovato Mercato, dopo la sua ennesima crisi, relazionandolo con questa mostra, se avrà ancora senso farlo.

ENGLISH VERSION

From the presentation of the exhibition: “Dancing with Myself investigates the primordial importance of self-representation in artistic production from the 70s to today and the role of the artist as a protagonist and as the object itself of the work. Through a wide variety of artistic practices and languages ​​(photography, video, painting, sculpture, installations …), of cultures and proveniences, of generations and experiences, the exhibition highlights the contrast between different attitudes: melancholy and vanity, the ironic play of identity seems political autobiography, existential reflection and the body as sculpture, effigy or fragment, and its symbolic representation. ” The beauty of an exceptional event is that it is exceptional and an exceptional event repeated every year no longer has anything exceptional “said Martin Bethenod, Director and CEO of Palazzo Grassi / Punta della Dogana announcing the new exhibitions of Palazzo Grassi and Punta of the Customs after Damien Hirst. but yet, entering Palazzo Grassi, the absence of the enormous statue of Hirst leaves it like a sense of emptiness.

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Horn_aka Roni Horn a.k.a., 2008-2009 30 paired photographs. Inkjet prints on rag paper 38.1 x 33 cm Pinault Collection Courtesy of the artist. Photo by Hermann Feldmann

Let’s start from the fact that we appreciate the curatorial choice of Punta della Dogana. Here we talk about the body of an artist, the vanity of the artist and the symbolic use of themselves. Although it is an exhibition already presented elsewhere, we are certainly facing many additions. Compared to the continuous consumption, to fashion, of the other than itself, to whom we have dedicated many writings, here we finally talk about ourselves, without pretension. It is not a trivial thing. There is not even a self-portrait in the classic sense. The body is depicted, photographed, sculpted, but it is not a subject of representation. 32 artists are represented, including Marcel Bascoulard, Marcel Broodthaers, Damien Hirst, Giulio Paolini are added to those already presented in Essen in 2016

Yet we stop at the threshold of the digital age. The exhibition itself is inscribed in a period, with some temporal leaks such as the surrealist Claude Cahun (1894, Nantes, France – 1954, Saint Helier, Jersey), in which some of the theoretical foundations have already been expressed, many insights on what is our current condition, the body could be used as a place of political frontier, of gender, of fragility. Not yet, or not fully (perhaps only as an allusion or suggestion) as an application of possible cooperation through technologies, with all the consequences both conservative and creative that this entails. Basically Benjamin had already hypothesized, referring to the possibility of increasing the power of the view given by photography, the optical unconscious. It is not necessary to go back to the Freud of the Discomfort of Civilization, with the definition of technology as a prosthesis that humanity has developed to widen its powers, is enough the dear Vaccari, who in the ’70s, joyfully declared “the apparatus of photograpy has autonomous capacity organization of images in symbolically structured forms “. We are in this exhibition at the limit of the mutation of the body, where everyone could still imagine having an identity to be investigated, to relate with others and with society as a whole. At the same time, a sort of subsumption was born, where this identity multiplied in an enlarged way, in some respects emptied back to places, memories, external bodies and accomplices. There is also a formal delimitation. There is no Fluxus here. Although there are represented some performative practices, there is not that idea of ​​the body as “space to suffer, to feel the whole complex of emotionality, of fear, of anguish” (Gina Pane). The bodies exposed are more ironic than sufferers. Fluids remain hidden, sensuality is alluded to, no Chris Burden gets an arm shot.

Cahun_Autoportrait
Cahun_Autoportrait Claude Cahun Autoportrait, 1929 Gelatin-silver print 42 x 34 cm Pinault Collection

The potentiality of the body is verified. Bruce Nauman in Lip Sync tries to synchronize with an audio that he hears in the headphones and that always repeats the same phrase of the title. But after a while he can not do it any more and the errors increase. Ulrike Rosenbach asks herself, with “Do not you think I’m the potentiality of the body is verified. Bruce Nauman in Lip Sync tries to synchronize with an audio that he hears in the headphones and that always repeats the same phrase of the title. But after a while he can not do it any more and the errors increase. Ulrike Rosenbach asks herself, with “Do not you think I’m an Horsewoman” – 1976 – what her social role is as a woman and as woman artist. And if she had internalized the limits imposed by the society ? Gilbert & George consider their immediate life a work of art. Here are the famous photos on various supports, reminiscent of the windows of a chic church. But also poor Paulo Nazareth believes the same thing, only that his life represented is a journey from the favelas to New York with other outcomes. Feliz Gonzalez Torres opens the exhibition with curtains made of rows of red and white spheres, which must be crossed to access Punta della Dogana. They stand for the illness and death of his partner and his pain, caused by AIDS in an intersubjective context that is only completed with our involvement. Alighiero & Boetti presents himself in a self-portrait statue in which water is thrown on his head with a pump. The latter is heated and creates steam, which rises continuously. Thus he represents ironically both the artist’s creative process and his illness (he would die shortly thereafter for a brain tumor). In any case, for the choice of modifying its name, it is always there to question the single con-closed identity, in favor of the multiplicity of the subject. Cindy Sherman stages all kinds of stereotypes with grotesque disguises, crumbling the social foundations of female identity, revealing how every identity is an artifice. In this sense, the first images let us glimpse the self-timer cable that reveals the mesa on stage.

Paolini_DelfoII
Paolini_DelfoII Giulio Paolini Delfo (II), 1968 Photograph on emulsioned canvas 180 × 95 cm Pinault Collection

On the other hand, Martin Kippenberger, with cross-dressing, places androgynous characters, emotional states and fluid sexual identities.

There are no conclusions to be drawn here, perhaps some impressions. It is not possible because we are not neutral observers, it is not a sort of development of the history of the spirit, in which gradually the experiences are maturing , in a strange homogeneous place and time, which allows us to draw conclusions. It has never been like this: without a return to the nineteenth-century positivist idea it is not possible to consider the mannerism an evolution of the baroque, the renaissance is not better than the Middle Ages.

The theoretical and practical evolution develops as the technological potential increases, its influence and is influenced, in the context of the market in which every expression is immersed. Otherwise we should hypothesize that Nauman really was so poor that he had nothing to work with in his study and therefore used his body . And that the difference between a ’70 video and a contemporary one is not only an improved definition . It is a more complex process in which everything stay together, without nostalgia.

And so, while in our DNA changes according to this process, here you can see a progressive change in the use of the body. First of all, the medium on which it is imprinted. In the sense that the technology progressively takes itself more seriously. The artist’s body becomes an expressive content, emerging from the immediate representation of himself. Studyes about its relationships with others and wants to make a good impression. So embellish its image, more and more sought after. From the photos of the 70s to those of this century, the change is not only technical, but also of conscience. Also in wanting to address the same issues.

The irony is diluted and breaks into two rivulets. More and more we can found or figures commited to their role or that have fun with amusing and alienating paradoxes, like Cattelan.

The hope is that really, as said by the curator, the next room of this strange and rich ethnographic museum, will be about the current one, to see what brought the Market again his umpteenth crisis, relating it with this exhibition, if it still makes sense to do it.

 

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