our texts – articles

articles

texts (english version)

caterine
Jules e jim Jeanne moreau

La folie Jean Clair

“Le cose (essendo cose) non andarono esattamente secondo le previsioni”. Visto che, sotto sotto, la prosa di Jean Clair sottende una religiosità, ci piaceva iniziare questa nostra piccola risposta con i Versi Satanici di Salman Rushdie.

E, d’altra parte, con Sua buona pace, le cose stanno proprio così.

Jean Clair, come puntualmente ogni sei mesi della sua e nostra vita, ha di nuovo lanciato, su Repubblica, un’invettiva contro la modernità. L’arte moderna che condanna è proprio tutta, da Duchamp a Picasso, da Manzoni ad Hirst, passando per Warhol e Koons. Perchè il mercato fa schifo, la modernità è sporca, gli artisti buttano sul pubblico le proprie secrezioni : non ci sono più gli esperti, gli storici di una volta. Ah, le icone!

Ci è venuto in mente il caro Sainte-Beuve’ quando, nel 1862, dopo aver evitato in ogni modo di parlarne, tirato per i capelli, finalmente decide di scrivere un articolo su Baudelaire. E dunque, secondo un articolo di uno dei maggiori critici del tempo, ossequiato e considerato, M.B. “ha trovato un modo di costruirsi, all’estremità di una lingua di terra reputata inabitabile, al di là di ogni romanticismo conosciuto, un chiosco assai ornato, ma civettuolo e misterioso…. che da qualche tempo attira gli sguardi presso la punta estrema della KamÇakta romantica, io la chiamo la folie Baudelaire.”

Ora la Kamċakta ha invaso il mondo, con l’oppio, gli orpelli, le sue meraviglie. Il buon Clair sta costruendo il suo chiosco, fatto di buone maniere ed ottime letture, di buon gusto e tranquillità, magari davanti a un caminetto acceso col suo buon vino corposo. Un posto tranquillo illuminato bene. Il problema è: nel Mercato globale, esiste oggi una lingua di terra che ne sia fuori, luogo di selvagge icone, di cenacoli di preparati e storici pudichi, di bella pittura con corpi ripuliti e angelicati? Noi pensiamo di no.

Le cose non sono andate come voleva Jean Clair, ma per questo vanno negate?

Recuperiamo ed ampliamo un esempio di Francesco Bonami. Prendiamo tre teschi: quello di cristallo di Mitchell-Hedges del 1600 a.c., il Black Kites di Gabriel Orozco (1997) e For the love of God di Damien Hirst (2007). Sicuramente il primo sarebbe il prescelto di JC, gli altri sarebbero coinvolti nelle invettive sulla modernità. Dunque: dovremmo dedurne che l’antica civiltà mesoamericana è migliore dell’attuale? Inoltre, l’eterno divenire s’è a un certo punto interrotto diventando l’immediato immobile schifoso? Infine, essendo i due ultimi teschi lontani solo dieci anni, sono immersi nello stesso Mercato? Nello stesso di Manzoni?

Nella concezione di J.C. l’epoca d’oro è quella che gli piace. Il resto è, metastoricamente, perversione. Amando lui le icone, gli augureremmo di vivere nella Bisanzio in agonia, senza quei fastidiosi episodi della caduta dell’Impero d’Oriente su su fino alla Rivoluzione Francese.

Ci sa che alla fine ci riconosciamo in Linda Lovelace, protagonista di Gola Profonda (1972) e, forse, avendo incontrato J.C. In quegli anni gli avremmo urlato “maschio represso, masturbati nel cesso”. Certo l’esempio è volgare e ce ne scusiamo, ma le sessualità di Linda rappresenta la modernità, con i suoi luoghi del piacere spostati in gola (lì per natura, e per la prima volta parlando dell’orgasmo femminile, oggi nei modi decisi dal mercato) diversamente dalla padrona “normalità” che evita i propri umori, schifezze, come la borghesità di J.C. Secondo noi il difetto della modernità è l’opposto di quello per cui si lamenta JC. Si parla poco, e solo in maniera chic delle stimmate che il Mercato lascia sul nostro corpo. I nostri umori galleggiano o affondano nel Mercato, mutano evolvendosi o involvendosi, e la loro simbolizzazione sta nel commercio, non nella sacralità. Linda e noi, per diversi motivi, condividiamo lo shakeraggio delle nostre percezioni.

L’estetica dell’osceno non l’abbiamo inventata noi. Del nostro nudo e crudo corpo si parla da millenni, magari coprendolo con la morale dell’epoca successiva al tempo della scrittura. Chissà se la Lussuria di Brueghel (serie dei peccati capitali) in cui una coda di serpente spunta a sorpresa tra le gambe nude di una donna sarebbe piaciuta al nostro moralizzatore contemporaneo? O forse avrebbe scritto un’invettiva contro la modernità, da Dante a Brueghel? Canto XXIV, Inferno:”col piè di mezzo li avvinse la pancia/ e con li anterior le braccia prese” . Chi legga il canto da inizio a fine, compresa la minaccia eroica di violenza a Dio del sommo Peccatore, non potrebbe che goderne la volgarità e la sublimità.

L’Origine del Mondo di Courbet è il nostro simbolo e non ci vergogniamo per nulla se è arrivata ai Musei dopo aver vissuto in almeno due bagni di ricchi collezionisti.

La moneta cattiva scaccia la buona: se c’è un fondamento di dubbio tra un vero e un falso è il falso a trarne vantaggio (Guttuso in un articolo che cita JC a proposito del falso). Se tutta l’arte contemporanea è un falso, non significa che tutto il resto sia vero. Forse il contrario. Inoltre, quello che Jean Clair ama delle icone “perfezione formale e rigore iconografico” è ciò che, purtroppo, sta alla base del Mercato. Abbiamo notato, già altrove, come le mode (la differenza con le icone è che i paradigmi non si pensano eterni) impongano linguaggi, stilemi, regole visive che devono essere rispettate per non provocare la repulsione del Mercato. Non mancano le regole : sono solo decise dal Mercato. Ma “quando Raffaello dipingeva la Scuola di Atene sotto la dettatura di teologi e filosofi della corte Vaticana, era libero?” (Guttuso, articolo citato).

Vale la pena chiedersi se la critica di JC sia esterna al Mercato. In fondo la carriera, la notorietà e l’influenza del Nostro derivano proprio da queste sue posizioni. Secondo noi, semplicemente e astutamente, ha occupato un posto nell’industria culturale, arrivata a un tale livello di astrattezza da superare lo spettacolo. Di essere se stessa e anche la propria critica. Valorizzando entrambi. In fondo JC non è stato esiliato dalle grandi accademie, come Baudelaire, semplicemente ha iniziato a pubblicare nelle serie economiche per vendere di più.

Per dirla con Manu Chao, forse JC vede “too much promiscuity”, ma non si accorge che nel testo della canzone, però, fa giustamente rima con “too much hypocrisy “. le icone piangono.

 

abbozzo di famiglia

Il nostro testo per la mostra “Motivi di Famiglia” a Buttrio (Udine-Italia), Spac (Spazi Pubblici Arte Contemporanea).

Our text for the exhibition “Family Reasons” that (Udine, Italy),SPAC (Public Spaces Contemporary Art). 

Cieux, son erreur! Temps, sa ruine!

Et l’Abime animal, bèant!..

Quelle chute dans l’origine

Etincelle au lieu nèant!…

Paul Valery

Partiamo dall’abbozzo di serpente di Valery perché qua, precisamente qua,  sta l’essere che appare dal nulla, prendendone il posto. Perché in Valery, all’inizio di tutto, è l’essere e non il nulla il difetto. E s’incastra  tra l’ego sum del serpente (il più ingannevole degli animali), che parla “come Dio, al posto di Dio” (Derridà) e il successivo “io sono Colui che modifica”. Cioè è nella nascita del serpente l’inizio della vita dal nulla, ed egli è ingannevole, ma anche è Colui che modifica.

Non si fa aspettare, non si nasconde. Ti dice subito cosa potresti fare di meglio, rispetto a ciò che fai, nonostante la sua e nostra imperfezione, il nostro essere-difettosi. Oggi il serpente ti direbbe di peccare o di vivere nella giusta e sacrosanta famiglia? Poiché nel Mercato non è detto così chiaramente cosa sia giusto e sbagliato:  non essendo compiuto è il regno della nevrosi, nella contraddizione tra quel che ti viene descritto come buono e quello che ti sembra obbligatorio.  Con Zizek immaginiamo un confessionale in cui, un brav’uomo, dice “Padre, mi sono innamorato di mia moglie”. In risposta avrebbe, pensiamo, almeno 10 Ave Maria al giorno.

Infatti, a noi e al Serpente, l’Istituto famiglia interessa poco, se non nella sua mutazione storicamente data, in particolare nella contemporaneità del Mercato. Del nostro Mercato, che da subito, venti anni fa, ci ha detto chiaramente d’essere il principio d’ogni cosa e che avrebbe modificato il nostro corpo, le nostre idee, i nostri sogni, la nostra carne attraverso l’inganno e modificando le nostre emozioni.

Come dicevano profeticamente i Subsonica nel ’99, Aurora : “ Sogna una carne sintetica/Nuovi attributi e un microchip emozionale/Sogna di un bisturi amico che faccia di lei/Qualcosa fuori dal normale”. Il Mercato ti sussurra solo ciò che vuoi sentirti dire.

Nel 1988 esce un film di John Carpenter : Essi vivono. Nella pellicola John Nada  scopre che indossando degli occhiali da sole  particolari si può scoprire il messaggio segreto che gli alieni che governano il mondo nascondono dietro ad ogni cosa. Ogni giornale, ogni cartello pubblicitario, nascondono un messaggio subliminale che regola la vita delle persone, condizionate da strani zombie, anch’essi scoperti con gli occhiali, che di nascosto ci controllano. Dietro alla pubblicità “came to Caribbean” sta la scritta “Marry and Reproduce”. Consuma, compra, obbedisci, sposati e riproduciti. 30 anni fa così si rappresentava il Grande Fratello. Ma Oggi? Il Mercato direbbe lo stesso? Un amore duraturo, ormai, è troppo autoritario (Zizek).

Autocitazione: “Il mercato e la famiglia sono i due istituti che ci trafiggono dalla nascita, in cui siamo da subito immersi e che ci condizionano non solo da un punto di vista culturale, ma incidono nella nostra “nuda vita”. La moda e l’educazione, ad esempio, sono i segni superficiali del mercato e della famiglia. Come ci vestiamo, come parliamo o ci comportiamo a tavola sono la manifestazione di questa influenza. Ma nella zoè (in ciò che Agamben definisce«il semplice fatto di vivere, comune a tutti gli esseri viventi), il non conscio né evidente, abbiamo cicatrici più profonde” .

In altri mercati la famiglia era più onesta. Nessuno pensava ad altro se non a costruire un incastro di sposalizi che portasse, alla fine della fiera, dopo molte generazioni, ad arricchire, o almeno mantenere, il capitale di partenza.  Operazione scientifica e cristallina, in cui si soprassedeva persino a qualche scopata prematrimoniale pur di arrivare alla meta. Famiglia e proprietà nel Regno di Napoli (Gerard Delille – Einaudi) è il compendio di questa strategia. La famiglia balbettava dalla nascita, ma almeno aveva qualcosa da dire.

Tra le varie Sacre Famiglie di Tiziano, mentre i tre si riposano sotto un albero, una ha Giuseppe che tiene il bastone su cui si poggia inclinato. Il caro Panofsky sostiene che serve a movimentare la scena, in altri casi monumentale. Ed è la fragilità del Padre, che muove il tutto. E’ certo che questo sia il suo destino? E d’altra parte quante Annunciazioni avvengono ogni giorno? Contro ogni logica, contro l’evidenza concreta della vita delle ragazze, contro la chiara vista del destino di genitori sempre più fragili rispetto all’invito del Mercato, ogni sera l’angelo viene a portare il messaggio delle famiglie passate. Sposati, riproduciti, fai la brava e torna a casa presto. Tutto assieme è il messaggio reazionario del nostro passato che non accetta la realtà del Mercato.

Il dolore del contrasto tra la famiglia, come da un po’ s’intende, e le possibilità diverse offerte dal contemporaneo è rappresentato plasticamente dal Lidl, la nota catena di supermercati. Un giorno il povero Lassalle scrisse il Franz von Sickingen. Ancora peggio chiese un opinione a Marx e Engels. I due lo stroncarono, perché il dramma racconta della rivolta di un singolo, peraltro parte del movimento nazionale della nobiltà tedesca e che alla fine muore proprio per buona volontà, e ignorava il movimento dei contadini. Dimenticando il “reale per l’ideale”, la vicenda singola rispetto al movimento generale. Per dirla con Marx, doveva abbandonare Schiller per Shakespeare : doveva “shakespeareggiare di più” (Marx, lettera a Lassalle). E al Lidl ora si shakespeareggia. 10 anni fa il Lidl in ogni forma pubblicizzava quanto poco costavano le cose nei suoi negozi. Di essere il meno costoso. L’aspetto confermava, e rassicurava l’acquirente, sul fatto di essere in un luogo kitsch: fragoroso era l’aspetto delle verdure in cassette marce (nemmeno loro stavano bene), barocche le bellissime primizie austriache, straordinarie le offerte di oggetti totalmente inutili. Quella volta c’eravamo solo noi e gruppi di immigrati a guardare sognanti il box doccia a 9.99. Poi alcuni italiani, singolarmente, di nascosto, iniziarono a venire. La crisi del Mercato spinge molte famiglie a non potersi permettere i negozi più belli, quelli normali. Iniziano a venire da noi, al Lidl, ma si vergognano. Vuoi mai le mie vicine mi vedano andare in quei posti? E dunque ci siamo abbelliti. Nel Lidl vicino a casa nostra d’improvviso si è creata un aiuola sul bell’asfalto del parcheggio. Lo si  è recintato in legno e dovunque tutto è diventato più bello. Il capolavoro però è la linea biologica e quella solidale del Lidl. Oggi la pubblicità ti racconta del cibo raffinato che trovi nei suoi negozi, gli scaffali sono cambiati. Matrone rassicurate affollano il lato pane fresco (riscaldato dal congelatore) e tutti siamo più felici. Dal dramma Schilleriano del senza tetto che prende il vino a basso costo alla festa shakespeariana triste delle famiglie cassintegrate che mantengono dignità. Il Lidl è il linguaggio che  nessuna referenza all’antico può confermare (Benjamin, su tutt’altro). Il Lidl è l’essenza della nevrosi di ogni famiglia, tra ciò che era e che è, l’infelicità romantica di chi non si accetta.

Ma tale infelicità diventa violenta. La famiglia  oggi è tale: un luogo d’oppressione e violenza. La maggior parte delle violenze sulle donne, come direbbero i vescovi del triveneto madri e figlie, avviene in quel recinto. Peppa Pig è un cartone animato per bambini. Il più famoso. Tutti hanno simboli della modernità : cellulari, auto ecc. Ma la struttura familiare riporta a un rassicurante passato che la maggior parte delle famiglie non vivono più. Né si vedono famiglie altre. Il nostro oroscopo di oggi sulla Gazzetta recita:”hai due zebedei meloniformi. E che sabor suino ha l’amor”. Dove sta in questa rappresentazione? Pur sempre papa Pig legge il giornale sportivo, come ogni buon capofamiglia. Paolo Poli dice di non amare i sentimenti. Apprezza, da gran signore qual’è, gli incontri alla cosacca, dentro ad un portone. Per l’origine della ‘ndrangheta viene fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che  per vendicare l’onore della sorella uccidono un uomo e, alla fine della detenzione maturano quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice della “società” e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli. Tutte e tre si basano sulle famiglie. Perchè Nonno Pig non si occupa di evasione fiscale? A papa pig piace picchiare la mamma? George, fratello di Peppa, si masturba?

In fondo Woody Allen, che una figliastra ha sposato e l’altra l’accusa di averla violentata, dice andando a letto in un film con una ragazza molto giovane: “Salvo irruzioni della polizia credo che batteremo un paio di record.”

Il godimento, il piacere, la soddisfazione sono oggi un dovere non solo sessuale. La sussunzione formale del lavoro al capitale è quando il Mercato usa forme arcaiche di lavoro per un progresso. La sussunzione reale è quando il cambiamento è avvenuto. Tipicamente la prima è rappresentata dagli artigiani tessili che si riuniscono in un capannone per aiutare il commercio del loro lavoro. La seconda è quando diventano operai di un padrone. La contrapposizione famiglia/desiderio oggi è nella prima fase. Aspettiamo con gioia e speranza la seconda.

leggermente contemporaneo II

Testi :

Angela Vettese Si fa con tutto – Il linguaggio dell’arte contemporanea, Bari, Laterza, 2010

Francesco Bonami Lo potevo fare anch’io – Mondadori – 2009

“La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio” diceva  Calvino nelle Lezioni americane. E tanto ci viene in mente dopo la lettura di alcuni testi di importanti curatori, esperti (studiosi non esiste più, sa di peso), di arte contemporanea.

Ma perché gli stessi, magari introducendo il catalogo di una loro mostra diventano “pesanti”, strutturati, mentre quando danno la loro visione generale del contemporaneo si sentono  leggeri?

E perché un nostro caro filosofo, Agamben, risulta convincente quando s’interroga su cosa sia il contemporaneo, ma va fuori giri se scrive di arte contemporanea?

Scrivendo di un pensatore apprezzabile come Sismondi, Marx disse “Egli giudica in modo convincente le contraddizioni della produzione borghese, ma non le capisce”. Il contemporaneo si mostra, semmai si valuta, ma non si indaga, non si capisce. Non perché sia incomprensibile, ma perché si butta avanti nella sua realtà oggettuale, s’incasella, forse, si lega (una citazione non si rifiuta a nessuno) ma non si può riflettere.

Non riguarda solo l’arte ma, ad esempio, la politica. Chi proprio non ha di meglio da fare provi, come ha fatto Alessandro Leogrande (lo straniero) e come abbiamo fatto noi,  a mettere a confronto due scritti che si cimentano con lo stesso pensatore a quasi 30 anni di distanza : Matteo Renzi nell’introduzione a Destra e Sinistra di Bobbio e Bettino Craxi nel Saggio su Proudhon (1978). “Come sia finita la parabola craxiana è noto a tutti. Ma se dovessimo rimanere al solo aspetto testuale …… beh, il confronto è davvero impietoso”. La differenza non è, però, tra livelli diversi di qualità, ma  tra struttura e velocità, pesantezza e leggerezza nell’ interpretazione del decisionismo in tempi, questi si, diversi.

Forse le cose sono più profonde, per quanto stiamo immersi in una gioiosa, o melanconica,  superficialità e la profondità, semmai, risulta essere solo un incastro di superfici. Il povero Lukacs, in un suo brutto articolo, ci soccorre. Prende un “dotto” del suo tempo, Max Weber : economista, sociologo, storico, filosofo, politico. Esperto di tutto, a suo agio in tutti i campi dell’arte e della sua storia.  “Eppure non c’è in lui neppure l’ombra di un vero universalismo… poiché mai realizzò una sintesi di questa sociologia con questa economia e con questa storiografia, era necessario che la separazione specialistica di queste scienze restasse intatta anche nella sua testa”. Come mai siamo di fronte a questa dissociazione? Dice L. che la divisione sociale del lavoro non colpisce solo gli sfruttati, ma anche gli sfruttanti. Li condiziona, anche se le loro   vite sono, naturalmente, diverse.

Dicono i 99 posse “la mia testa è un focolaio di sovversivi”. Focolai appagati e sconnessi si muovono nei nostri cervelli irrorati dal Mercato. Potrebbe, ognuno di noi, dire come Sir Bradley Wiggins (ciclista che pure un Tour l’ha vinto) : “I’ve always been a bit of all trades, master of none”?

Il nostro cervello diviso divide anche i linguaggi. Solo che una lingua tecnicamente sempre più specifica, sempre più alteramente concentrata, riduce i suoi termini, come a diventare esoterica. Involontariamente si pone come comprensibile agli altri che la parlano, nella Babele delle molte micro tecniche, incomprensibile ai più. Ma interessa essere comprensibile ai più? A seconda del Mercato. Se voglio parlare ai miei pari, allora uso un regime linguistico, se intendo vendere un altro. Dalla purità al creolo il passaggio è breve, millimetri del mio cervello. Il Mistero che vela il segreto profana la sua verità, ossia la semplice vita (Magris).

C’è qualcosa di vero nella leggenda che vuole che dormendo vicino ad un libro se ne assumono i contenuti. Già avevamo scritto queste righe quando ci è capitato di prendere in mano “Eroi ed antieroi nell’arte tedesca” di Marco Minnini.  Citiamo : “Potremmo affermare che Feldmann è un manierista, mentre Kiefer è il muscoloso Buonarroti dei nostri tempi. Medardo Rosso contro Rodin. Monsieur Hulot contro Schwarzenegger. E naturalmente anche una vecchia storia: Davide e Golia…”.  Ovvero un testo che fa scontrare il leggero Feldmann con il pesante Kiefer. Come mai, però, quando una delle opere a maggiore densità di pesantezza del duro Anselm, “i 7 palazzi celesti”, viene fotografata si fa di tutto per alleggerirla? la stessa riflessione vale per una delle performance più crude che abbiamo recentemente visto. Il video del lavoro poteva essere tranquillamente il trailer di un film con Brad Pitt.

Ma parlando di leggerezza, mentre sotto il nostro ufficio, un rigurgito novecentesco propone una discussione in libreria su Baudelaire, sicuro pesante, e per non essere noi pesanti, ci sà è meglio approfittare che oggi c’è il sole. Leggero è chi il leggero fa.

In ricordo di Catherine

Probabilmente è nel Canto dei cantici che nasce una Donna che attraversa i secoli . Il “Bruna sono, ma bella” inizia un racconto ininterrotto. “I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita”

Ed è madre di molte altre donne. La Melusina, per esempio, ibrido tra una fata dell’acqua e un serpente, felicità o distruzione in un attimo, nel momento in cui si cerca di comprenderne la natura.

Madame Bovary, certamente (forse).

Lady Brett Ashley di Fiesta di Heminguay. La Linda del Compagno di Pavese.

Ed in modo perfetto, e finalmente visivamente al meglio, la Catherine del Jules e Jim di Truffaut (1962).

La donna che rompe il concatenamento nel desiderio di cui parla Deleuze, perchè non è una molteplicità, un evento collettivo. Non si tratta, come dice D. di desiderare un insieme o essere un insieme di cose concatenate.

E’ il camminare con una risata, una tristezza, un sorriso, un gesto sul margine tra ciò che si comprende e ciò che si desidera. Non entrambi, l’uno o l’altro. E se si salta giù dal margine si perde tutto.

E’ il fermo immagine del volto di Catherine che sospende l’inutile chiacchericcio di Jules e Jim.

Ed oggi? Ci viene in mente la Helen del Professore di desiderio di Roth, che pure è del 77.

Il racconto continuo ha cambiato narratore. Dai due amanti del cantico al racconto maschile sulla donna (ma almeno Flaubert poteva credibilmente dire d’essere M.Bovary) alla descrizione dell’effetto sugli uomini di una donna che progressivamente scompare. Di Linda non sappiamo granchè, solo che Pablo, il protagonista, parte da Torino e va a Roma perchè deluso nei suoi sogni di discesa dal margine verso una vita normale. Ma i suoi stessi sogni, a dire il vero, erano una finzione.

Nel Professore, infine, la storia maschile di un uomo che per certi versi cerca di vivere al margine prende Helen e la successiva moglie, una donna perbene, come le due impossibilità ai lati del crinale.

Certamente ne abbiamo persa di letteratura, magari sbagliamo, ma ci sembra una discendenza interrotta. Perchè? Si che ne abbiamo conosciute di donne così. Ci sono. E forse lo siamo.

Perchè il Mercato ci nasconde?

Vytautas-Viržbickas_To-know-the-difference-between-intellect-and-power-as-well-as-which-one-is-more-satisfying_small
TO KNOW THE DIFFERENCE BETWEEN INTELLECT AND POWER AS WELL AS WHICH ONE IS MORE SATISFYING -Vytautas Virzbickas – 2016 (photo Vytautas Juozėnas)

 

DIRITTO ALL’ARTE

Vedi tu è un collettivo nato nel duemilaundici e ad assetto variabile. La prima cosa che abbiamo fatto è stato scrivere, e far conoscere, il Manifesto per l’arte commerciale. Lo intendevamo come una provocazione, avendo  ripreso e capovolto tutto quello che sentivamo dire, e che noi stessi dicevamo, nel ristretto mondo degli artisti. Abbiamo quindi definito la nostra gioia di stare nel Mercato e  la nostra accettazione dei suoi linguaggi e delle sue regole, riconoscendo invece la ricerca come la scusa preferita di chi nel mercato non riesce ad entrare. Pensavamo, sogghignando, che avremmo fatto arrabbiare qualcuno o che, al massimo, saremmo stati ignorati. Mai avremmo immaginato che, invece, il nostro manifesto sarebbe diventato per molti un motivo di liberazione, di soddisfazione, che esprimesse qualcosa che veniva pensato ma non detto. Alla fine della nostra fallita provocazione abbiamo avuto un centinaio d’ adesioni, s’è creato un bel dibattito e addirittura un’importante galleria ci ha proposto di collaborare.

Da questa sorpresa è nato il nostro percorso successivo, perchè abbiamo pensato che  non avevamo capito granchè del mondo dell’arte che, pure,  frequentavamo, e forse nemmeno del mondo in generale. Abbiamo prodotto qualche lavoro, visto che, all’epoca  alla famosa galleria non avevamo niente da mandare, e scritto un po’ cercando d’esplorare il mercato, i modi in cui ne siamo pervasi,  come ci cambia. Esplorazioni nel vero senso del termine, avendo trasformato i nostri testi in racconti di viaggio, fondati su scritti come il Viaggiatore incantato di Leskov o i famosi Racconti di un pellegrino. Tutte narrazioni perchè, come scrive Benjamin nel saggio sul romanzo, ci pare proprio la fiaba uno dei modi più adatti ad interpretare il mondo e magari allontanare alcune nostre paure.

Il nostro contributo al catalogo della mostra sta in questo percorso, anche se, per noi, la fine del nuovo ha un valore positivo. Non abbiamo, infatti, nostalgia del secolo scorso, non inseguiamo nuovi realismi, accogliamo di buon occhio il tramonto del padre. La fine del nuovo apre alla novità, la scomparsa dell’altro,  richiama gli altri, la fine della storia ci apre alle storie.

L’utilizzo  di segni meno pesanti, di segni meno segni, è un modo per non rimuovere ingenuamente il Mercato che ci abita con le modifiche che porta nel nostro vivere, nel nostro corpo, nel nostro desiderio, nel modo in cui abbandoniamo le grandi narrazioni per un piacere frequente eppure fragile. In questo fluire del mercato sta forse la possibilità   dell’arrivante nel senso di Derridà, ovvero  colui che viene senza essere invitato, senza che lo si aspetti, che mette in questione ogni precostrutto e che permette quella  destabilizzazione, seppur traumatica, che ci sembra l’unico modo per una cooperazione vera e possibile, offerta dal Mercato.

Viste le esigenze di sintesi, per un maggiore approfondimento della questione rimandiamo ad altri  testi, che trovate sul nostro sito.

Ma se questa è la nostra condizione quali sono, se ci sono, i nostri nuovi diritti? Riprendiamo una discussione nata in Francia qualche anno fa, quando un ministro propose d’abolire l’insegnamento della filosofia, non ritenendo avesse una specificità tale da distinguerla dalla letteratura o dalla storia. Ci si chiese, con un ampio dibattito, se esisteva un diritto alla filosofia. E noi ci chiediamo:  esiste un diritto all’arte?

Andare diritto all’arte non è questione che si può risolvere in poco tempo. Chiederci, di nuovo, che cosa sia l’Arte, sarebbe probabilmente uno sforzo inutile se non dannoso. Sarebbe già di per sé abbandonare l’approccio discreto che abbiamo detto ci sembra necessario per comprendere il contemporaneo e ricadere nella tentazione di mettere una maiuscola all’arte, ritornando ai tempi delle parole pesanti. Certo è, però, che se vogliamo parlare di un diritto in qualche modo dobbiamo identificarlo, come qualunque prodotto. I diritti, in generale, perchè abbiano qualche riconoscibilità, devono essere accolti da delle convenzioni stabilite, magari avvallate da qualche istituzione. Nella storia ci sono  numerosi episodi di questo processo. Ad esempio nel 1855 il buon Curbé venne escluso dal Salon e dunque fece costruire una struttura temporanea vicino all’esposizione ufficiale certificata dall’Accademia. Ci piazzò 44 dipinti e poi lo chiamò il padiglione del realismoTante proteste ne nacquero che alla fine Napoleone terzo istituì, nello spazio più lontano del Salon, il Salone dei rifiutati (1863). I rifiutati alla fine svelarono la natura dell’Accademia e i suoi limiti, demistificandone l’autorità.  Dunque istituzioni che si sviluppano, vengono contestate e sostituite. Convenzioni che seguono lo stesso percorso.

Cos’è una convenzione? Per capirci ecco un esempio retrò: le buone maniere. Se incontriamo un conoscente diciamo “ Piacere di vederla, come stà oggi?” E’ evidente che non intendiamo chiederlo seriamente, anzi se la nostra controparte sospettasse che il nostro interesse è sincero probabilmente rimarrebbe spiacevolmente sorpresa, poiché sarebbe una domanda troppo intima. Parafrasando froid, col buon Slavoj Z, “perchè mi stai dicendo che sei lieto di vedermi, quando sei davvero lieto di vedermi?”. Allo stesso tempo, però, non stiamo in una totale ipocrisia, poichè proprio così stabiliamo un patto tra noi, come molti altri. Una convenzione appunto, che ci fa stare meglio, che regola la decisione sull’auto che compriamo, sull’artista che ospitiamo, sul film che vediamo. Anche fare tutto il contrario significa riconoscere la convenzione ma ribellarvisi. Accettare l’istituzione che la legittima e cercare di svincolarsi, nei limiti che il Mercato benevolmente ci lascia.

Ma oggi chi, effettivamente, può circoscrivere quello di cui abbiamo diritto?  Ad esempio se noi oggi siamo in una galleria, c’è un curatore, basta a riconoscere siamo circondati da opere d’arte? Oppure è più interessante sapere quali di queste opere saranno vendute, avranno un mercato? Ci sa che se lo chiedessimo ai cento sostenitori del nostro manifesto direbbero qualcosa d’interessante vista la stanchezza che hanno dimostrato per i circuiti dell’arte fuori dal mercato. Il povero Ai WeiWei ci dice che tutto è arte. E noi concordiamo con lui.  Ma come fa il Tutto ad essere un diritto? Probabilmente intende un tutto minuscolo, il tutto che passa dalle sue mani, che si sottopone al trattamento di un’artista. Dovremmo chiederci, dunque, se l’arte è il tutto mediato dall’artista, chi è un artista? Come riconoscerlo come fonte legittimante? Anche questa è una domanda poco sensata, oggi. Il buon Cattelan sostiene che un’opera è arte solo se dura nel tempo. Altrimenti è merciandaising. Allora potremmo prendere il tempo come metro? E’ un po’ contraddittorio con l’idea di contemporaneo. Quanto tempo? Un anno, una generazione, un secolo? Fra 50 anni, ci ricorderemo del suo vater d’oro o delle saponette che ha prodotto? Quale delle 2 è arte? Anche qui, ci sa, il sottinteso è che il caro cattelan ritiene che proprio le sue, di opere, saranno ricordate, in quanto vero artista. E torniamo così, circolarmente, al punto di partenza.

Non sono, le nostre,  domande leziose. Perchè poi, se l’arte fa parte dei nostri diritti, ci sono delle conseguenze. Per quanto spesso inesigibili, i diritti dovrebbero essere universali. E allora ci permettiamo di fare un deturnament di un piccolo pezzo di un testo, sempre di derridà, sostituendo arte a filosofia. “Chi ha diritto all’arte oggi, nella nostra società? A quale arte? A quali condizioni? In quale spazio privato o pubblico? Quali i luoghi d’insegnamento, di ricerca, di esposizione, di lettura, di discussione?”. Anche perchè, visto che l’abilità tecnica in molte forme d’arte va messa ormai in secondo piano, la democraticità della figura dell’artista è ormai pienamente realizzata.

Tanto diffusa e frammentata è la pratica artistica che forse oggi, in assenza delle grandi idee, ormai superate, più che una storia dell’arte, più che un curatore che studia la materia, sarebbe opportuno un archivio. Senza commenti particolari. Cioè, tirando le somme, se l’unico modo vero di cooperazione passa dal mercato, se tutto è arte, se tutti siamo artisti (poiché questa è la conseguenza immediata) allora sono finite le sovrastrutture. Archiviamo, giustapponiamo ciò che è detto arte. D’altra parte prendiamo in mano un qualunque libro di un grande curatore. Avremo probabilmente un elenco di immagini e di esperienze, d’ intuizioni e performance l’uno seguente all’altro, non organizzazione di racconti (ad esempio: Bonami, Dal Partenone al Panetttone).

Un diritto così ambiguo può essere sostenuto? Ha senso continuare l’insegnamento dell’arte a scuola, ha senso che il pubblico finanzi le esposizioni dell’arte contemporanea?

E’ un dubbio che ci riporta alla questione del nostro manifesto. Poiché senza dei confini definibili, in questo racconto che cambia protagonisti e salta da una storia all’altra, il rischio è di creare delle strane sacche che pensano di fuoriuscire dal mercato. Strani luoghi in cui il lavoro non viene pagato, perchè s’accontenta di farsi vedere. Recinti da cui non si esce, felici d’essere esposti, rinunciando alla possibilità d’entrare nel mercato, accettando però di restare afoni rispetto alla generalità delle persone.

Esiste un diritto all’arte? Se si, certamente non può essere esterno al mercato. Se no, certamente non può essere esterno al mercato.