DAMIEN HIRST – our real article

Pubblichiamo ora qui, quello che poi si troverà sulla pagina articles. la trovate qua sopra. questo è il testo sulla mostra di Hirst che abbiamo pubblicato in inglese su alcune riviste. Anche i loro link sono su articles.

We publish now here what you will find on the page artikles. You can find it above. This is the text on the exhibition of Hirst that we published in English on some magazines. Their links are on articles.

english version on kaltblut

new: Ukrainian version

treasures from the wreck of the umbelievable



The_Severed_Head_of_Medusa

© Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved,

DACS/SIAE 2017


Gli studiosi , da Galileo a Newton, i ricchi, interessati alle arti e alla storia, hanno sempre avuto delle collezioni in cui stava di tutto. Dall’osso dell’unicorno alla sfera per le premonizioni, dalle pozioni per stare bene fino ai testi alchemici.

La mostra di Damian Hirst, inaugurata giovedì a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, sta in questo quadro, nella massa delle mille cose che un qualunque intellettuale conservava nei tempi in cui si pensava che la cultura fosse universale, che ognuno di noi, singolarmente, potesse raccogliere tutta la conoscenza che il mondo metteva a disposizione. Un’enormità, non omogenea, di oggetti che poco hanno a che fare l’uno con l’altro.
 
Damien Hirst, padre della Young British artist, dopo anni si mette in gioco con questa mostra gigantesca, che per la prima volta utilizza entrambe le sedi, cambiando completamente se stesso e il suo lavoro. Qua non ci sono provocazioni, animali, droghe, puntini colorati. In tal senso la scommessa è alta, perché riprende la scena abbandonando quello che l’ha reso noto, rinunciando a ripetersi, se non nella ricchezza. Ci sembra che come il Gagosian di 20 anni fa, anche il buon Pinault gli abbia messo a disposizione fondi illimitati.



Postcard found in a used book of the 70s

Il racconto è semplice: nel 2008 venne scoperto il relitto di una nave naufragata al largo della costa
est dell’Africa, appartenuto a Cif Amotan II, un liberto di Antiochia vissuto tra I e II secolo d.C. Si affrancò da schiavo e raccolse un’immensa fortuna tra opere d’arte, gioielli, oggetti antichi, bottino di guerra. Tutto questo tesoro venne caricato sulla sua nave per essere portato in un tempio, ma non arrivò mai a destinazione. Quindi il recente ritrovamento, la riemersione di reperti incrostati dal mare, talora molto danneggiati . Che questo racconto sia una totale invenzione è poco importante. La storia regge nella mostra al di là delle incongruenze.



Dunque opere une e trine : scultura ricostruita come nuova, scultura sottoposta al posticcio trascorrere del tempo sui fondali marini, video o foto del suo recupero. Qui le dimensioni contano : dalle minuscole sculture in oro, ai 18 metri d’altezza del gigante che riempie la corte interna di Palazzo Grassi (Demon with Bowl). I materiali pure: oro, argento, bronzo, granito bianco e nero.
back. Who is Lorenzina?

La scommessa è creare, fornire al pubblico, una storia, una fiaba e qui starà, secondo noi, il successo o il fallimento della mostra. Al di là della perizia tecnica, del costo della produzione di questa enormità somigliante a una collezione, l’impressione che si genera è veramente quella di entrare un uno strano museo archeologico. A questo servono anche gli orpelli, come le teche con le collezioni di finte conchiglie rare, che sono cadute nella tensione della mostra, certamente non saranno vendute ad altro prezzo, ma compensano, creano l’immagine del museo. In fondo in qualunque ritrovamento può esserci il meraviglioso, ma anche l’attrezzo, il bene di consumo, la conchiglia, appunto.

I materiali sono quelli convenzionali, le opere hanno  un aspetto ambiguamente riconducibile a esperienze vissute. Ci si stupisce delle dimensioni, dei preziosi, delle teche in un linguaggio d’elaboratissima finzione, che rende questo surplus di fantastico sincretismo, tra mito e cartoon, surrealismo e  gioiello, divinità e mostri una credibile raccolta delle mirabilia di un mondo inventato. Tanto che un giocattolo, un robot, messo in teca tutto d’oro, con la sua ottima didascalia, può rappresentare tranquillamente una divinità e l’incredibile abilità nell’invecchiare le opere, con ruggine, alghe spugne e conchiglie, altrettanto posticce, le rende plausibili ritrovamenti marini.

Proprio le fiabe, le storie, all’alba dell’umanità servivano a riconoscere, ritualizzare, sconfiggere i pericoli reali e fantastici, a ricongiungersi con la Natura. Pure con l’avvento del romanzo, la narrazione ha mantenuto, secondo  W.Benjamin la sua funzione : “da un lato il senso della vita, dall’altro la morale della storia”. Damien offre questo con questa mostra, una fiaba e un gioco, che ridiscute tanta parte dell’arte contemporanea che invece riporta al concetto, al minimalismo del gesto artistico e dello spazio che lo contiene. Qui sta la provocazione del tesoro del naufragio dell’Incredibile, il vero punto in controtendenza e la novità. Di certo uscendo da questa esperienza, il pubblico non potrà dire : “questo lo potevo fare anche io”. Piacerà al mercato?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *