about the performance art – la nostra intervista a VestAndPage

A dicembre si è tenuta la Venice International Performance Art Week. Ideata e organizzata da VestAndPage  

VestAndPage
VestAndPage Verena Stenke & Andrea Pagnes © Alexander Harbaugh, Istanbul 2016

E’ un progetto iniziato nel 2012 e che, avendo messo al centro dapprima il corpo (ibrido, rituale e fragile) e poi il gesto stesso della performance, ci ha molto interessato. Abbiamo partecipato come spettatori (qui il nostro articolo) e chiesto a Andrea Pagnes & Verena Stenke di rispondere ad alcune domande su questa forma d’arte.  Di seguito il dialogo che ne è seguito.

Siamo molto grati a Andrea e Verena per aver trovato il modo di fornirci risposte, che riteniamo estremamente interessanti per la nostra ricerca, anche perché non sempre concordiamo appieno. Come sarà evidente da domande e risposte. Di certo però a noi sembra un dialogo molto ricco

 

Alcune domande ad Andrea Pagnes & Verena Stenke (VestAndPage)

La VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK è alla sua quarta edizione e ha cambiato format. Prima di arrivare all’oggi, però, vale la pena trarre un bilancio, se possibile, delle precedenti edizioni dedicate al corpo. Corpo politico, poetico e materiale. Possiamo iniziare da come avete immaginato questo festival? Voi che siete due artisti, come avete immaginato di organizzare questo grande incontro? Avevate in mente degli esempi?

Consentiteci d’iniziare col dire che la VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK non è un festival. Non lo è mai stata. “Festival” è una parola che non ci corrisponde, anche un poco desueta se riferita alla performance art e all’idea che abbiamo di essa. E’ vero che l’evento ha ormai una cadenza periodica, ma ha ben poco a che vedere con i termini “spettacolo” e “intrattenimento” che sono propri alla definizione di “festival.”

La VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK è un progetto di arte dal vivo (anche a carattere espositivo) che traduce una nostra ben precisa visione relativamente alle fenomenologie della performance art, ovvero allo sviscerarsi di processi creativi che, come tanta altra arte, hanno sostanzialmente lo scopo di suscitare riflessione.

Il progetto è maturato anche per via delle nostre precedenti esperienze curatoriali nel settore delle arti visive e per le diverse partecipazioni ad eventi teatrali e di performance in ambito internazionale. Concettualmente però, molti eventi di performance, nonostante fossero anche di spessore o consolidata tradizione, non sempre incontravano le nostre aspettative: per lo più contenitori di lavori dal vivo presentati con la formula “uno dopo l’altro,” il cui scopo principale era quello di soddisfare un programma di cartello. Ciò che riscontravamo era che in un simile schema di performance fast food, la qualità delle diverse proposte artistiche spesso si perdeva, confondendo poi anche il pubblico sui contenuti di quanto era andato a vedere.

Così, quando nell’estate del 2011 ci fu proposto di ideare un progetto specificamente dedicato alla performance art a Venezia (città in cui Andrea è nato e cresciuto) in un palazzo rinascimentale, avevamo già chiaro che per realizzare un qualcosa di diverso da ciò che già esisteva, dovevamo anzitutto attivarci per soddisfare una nostra precisa urgenza: nobilitare la pratica performativa relazionandola alla particolarità del contesto. Abbiamo iniziato con l’immaginare il labirinto di stanze del palazzo vissuto da artisti in azione ai quali poter offrire il giusto tempo e il giusto spazio per sviscerare al meglio il proprio processo creativo, ma capaci di rispondere allo stesso tempo a un concetto curatoriale preciso.

A poco a poco, la visione di un progetto espositivo d’arte dal vivo, partecipativo e capace di trasformarsi di giorno in giorno grazie agli interventi di una “comunità temporanea di artisti” chiamati ad abitare creativamente un luogo, ha cominciato a delinearsi concretamente.

Volevamo anche dar prova di un conflitto, relativo alla documentazione delle performance dal vivo, cercando modi alternativi che mantenessero inalterati i contenuti e la sostanza.

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6_VestAndPage_DYAD IX_Igor Chernyshov.jpg VestAndPage DYAD IX (Open-Closed) (2015) 15-hour durational performance at Solyanka Gallery, Moscow (RU) Photograph by Igor Chernyshov

Nel corso delle edizioni precedenti avete posto delle questioni cruciali. Il corpo non è solo la materia prima delle performance, è anche la rappresentazione più evidente dei cambiamenti che ha portato la globalizzazione. In fondo i corpi oggi sono in mutazione, spinti dal mercato e dalle opportunità tecnologiche. Questa strana ibridazione ha esercitato un’influenza sui performer? Come cambiano le performance al modificarsi del corpo stesso?

La questione del corpo è stata l’elemento fondante delle prime tre edizioni, riunite appunto sotto il titolo di “Trilogia del corpo”. Il corpo come indicatore di forma e sostanza in costante trasformazione, messo a rischio, portato al limite, fragile, adattabile, soggetto a manipolazioni, condizionato da situazioni anche estreme. Il corpo come portatore di significati, elemento che, nel qui e ora della performance, proprio come nella vita, è impossibile ignorare, farne a meno. Un corpo che, nonostante tutte le ibridizzazioni oggi possibili, resta comunque poetico, genuino, poiché nella performance si rivela sostanzialmente per quello che è, corpo vero, messo a nudo, luogo in cui risiede non solo la ragione, ma anche l’intelligenza emotiva che risponde alle infinite realtà nel preciso istante in cui le affronta. Un corpo pertanto detentore di senso autentico, immediato. Un corpo politico che allo stesso tempo è incubatore di sogno e utopia, strumento espressivo che sospinge il performer alla ricerca di una nuova metafisica.

Relativamente all’inciso della vostra domanda, “come cambiano le performance al modificarsi del corpo stesso spinto dal mercato e dalle opportunità tecnologiche,” il discorso si fa più complesso. Il corpo è certamente soggetto ad un determinato tipo di mutazioni quando si presentano certi e nuovi bisogni, anche se quelli primari rimangono sempre gli stessi. Qui però più che di mutazioni in senso stretto, si dovrebbe parlare di capacità di adattamento. Cambiano comunque le generazioni, e con loro le domande che via via ogni nuova generazione si pone per comprendere il mondo in cui vive e di conseguenza relazionarsi ad esso.

Da un lato è certamente vero che i biohacker, gli scienziati, gli imprenditori informatici, le società di ingegneria robotica, prostetica o di ricerca alimentare stanno continuamente cercando nuove applicazioni commercializzabili per tecnologie avanzate attivamente progettate per aiutare noi umani a soddisfare i nostri secolari desideri trascendenti e forse quanto mai discutibili: essere più forti, più intelligenti, più resistenti, più capaci, anche più belli e coltivare nuove abilità che sembrano superpoteri secondo gli standard del passato (vedi ad esempio gli esoscheletri elettronici, peraltro già efficacemente usati da Stelarc, o i microchip sottocutanei a identificazione di radio frequenza, etc.).

Tuttavia non ci sembra sia questa la sola via – quella data dalle opportunità tecnologiche — che ci aiuti ad evolvere nel confronto con le domande esistenziali che l’uomo si pone da sempre. Senz’altro i performer che si avvalgono di nuove tecnologie propongono lavori diversi rispetto alla natura dei lavori del passato, proprio perché certe strumentazioni tecnologiche prima non c’erano, ma un corpo che suda, scevro da parafernalia high tech, ci emoziona ancora senz’altro di più di una mise en scene in cui il fattore tecnologico è predominante. Quando un corpo inizia a muoversi, il cuore si apre e la mente si risveglia. Questo non avviene certo per via di una macchina, a meno che il soggetto non ne abbia effettivo bisogno, come nei casi di determinate, gravi malattie o disabilità importanti.

Piuttosto, se guardiamo con attenzione alla large reality di oggi, stiamo vivendo un momento storico condizionato da nuove ansie, paure, ipnosi di massa e follia causate sia da chi gestisce sia da chi fruisce le opportunità tecnologiche. E’ come se ci fossimo imbottigliati in un cul de sac, con la sensazione che tutto questo sia un processo irreversibile. Noi però desideriamo continuare a chiederci cos’è realmente reale e degno di essere vissuto quando tutte le maschere, i filtri e le credenze cadono, quando decidi di non startene più inchiodato di fronte ad uno schermo per ore illudendoti di comunicare pienamente con l’altro e pertanto illudendoti di dichiarare o rivendicare la tua esistenza attraverso i pulsanti di una tastiera o l’immagine virtuale di una cam.

Volendo guardare ai pionieri della performance negli anni Settanta, la loro vista verso l’abisso allora era più diretta, e il riesame era in qualche modo più forte esistenzialmente, più duro. Oggi internet, social network e smartphone attenuano i confini della rabbia, della gioia, dei sentimenti tutti. Il corpo è separato. E’ un’illusione credere che non lo sia. Solo chi ha una testa confusa si meraviglia di un’affermazione simile. Piuttosto servirebbe riflettere di più (e prendere posizione) in merito allo sfrenato sfruttamento delle risorse e alla depressione economica che provoca la migrazione di massa delle persone, all’imminente collasso dei sistemi, con le guerre, la distruzione e le catastrofi sociali come la fame e la povertà crescenti che accompagnano tutto questo. Forse sarebbe anche più utile riflettere sul fatto che le opportunità tecnologiche servono molto di più a chi le produce e non a chi le fruisce, ad esempio che i sistemi di sorveglianza telematica non causano tanto un danno alla privacy delle persone, quanto rappresentano un consolidamento dell’esercizio del potere di pochi a discapito di molti.

Quando ci allontaniamo momentaneamente dall’ipnosi della vita di tutti i giorni, riusciamo ancora a provare stupore e gratitudine per tutto ciò di cui facciamo parte? Quando ci accorgiamo che ci stiamo consegnando troppo alla macchina invece, ci rendiamo davvero conto che non facciamo altro che coltivare atteggiamenti superficiali e meccanici, a volte anche arroganti e dispotici, che si traducono automaticamente nelle dispersione e nel raffreddamento delle relazioni tra noi e gli altri? Ci rendiamo conto che così facendo ci allontaniamo dalla bellezza e dall’intimità che comunque restano anche quando non le riconosciamo più? La cultura della globalizzazione relativamente al consumo di massa è una variazione mimetica dello stesso principio: la produzione di una miriade di cose inutili condotta sempre più attraverso l’automazione che separa le persone e le esclude dal lavoro, sta portando inevitabilmente all’esaurimento delle materie prime, aumentando esponenzialmente la quantità di rifiuti e consumando un’enorme quantità di energia. Come possiamo non parlarne?

Non riteniamo sia comunque necessario cambiare il sistema, quanto piuttosto cercare di cambiare e migliorare noi stessi, il modo di vivere, anche radicalmente, non dando le cose per scontate, ma piuttosto ricompensarle costantemente alla ricerca della propria verità, riconoscendo che una verità assoluta probabilmente nemmeno esiste. E ascoltare la coscienza.

In ambito performativo, non vediamo ancora quanto la tecnologia sia davvero utile in questo senso, se non per suscitare una certa meraviglia che, il più delle volte, finisce col rimanere fine a se stessa, o utilizzata per riempire un vuoto di fronte al quale l’artista probabilmente prova anche un certo timore (inconscio o conscio che sia) poiché di fatto non sa come abitarlo. La creazione d’arte invece – almeno per quanto riguarda noi come artisti di performance – deriva dalla compassione per i temi che di volta in volta affrontiamo, gli altri artisti e il pubblico. In fondo è un impegno che proviene dalla stessa fonte, dove la tecnologia se c’è e quando c’è, non è che uno dei tanti “materiali” utilizzabili o meno. In fondo un’ascia è un po’ come il raggio laser, sostanzialmente, in merito alla loro funzione, la differenza è solo qualitativa. Come, quando, perché e se usare l’una o l’altro, diceva Hans Jonas, è una questione essenzialmente etica, di pura responsabilità.

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Andrigo&Aliprandi Piano piano forte forte (2017) Photograph by Aberto Capuzzo

Il lavoro di VestAndPage ha toccato molte volte la questione dell’ego, o più precisamente della possibilità di relazione tra due o più persone come contrapposizione dialettica all’ego stesso. In questo continuo smisurato aumento di comunicazione garantito dall’evolversi della rete, visto che ormai le nostre stesse memorie sono condivise su piattaforme tecnologiche, è verosimile che l’ego contemporaneo sia indebolito? Che il corpo non sia più un’ultima frontiera tra politica, mercato ecc. e noi?

Difficile dire. Può essere che l’io di una persona s’indebolisca, oppure si confonda (in se stesso, in altri io, o in un io collettivo ma virtuale) o anche si rafforzi, se la persona è in grado di attuare un certo critical thinking che la renda il più possibile immune dalle seduzioni della rete. L’evolversi del web consente senz’altro uno scambio sempre più rapido d’informazioni, ma ha portato con se’ anche un aumento esponenziale di ciarpame che condiziona fortemente la comunicazione tra gli stessi utenti. Bisognerebbe poi valutare bene quali sono le memorie, o meglio, i frammenti di memoria, la loro caratura e veridicità, che ciascuna persona consegna alle varie piattaforme per renderli condivisibili. Quello che di questi tempi è interessante (e forse anche deprimente) notare è invece la tendenza in aumento a cercare di interpretare e giudicare persone, fatti e argomenti avendo spesso poca cognizione in merito ad essi, spesso facendo appello unicamente a quelle informazioni che confermano le proprie convinzioni o ipotesi preesistenti. È un tipo di pregiudizio cognitivo e un errore sistematico del ragionamento induttivo (quello che in psicologia è conosciuto come confirmation bias). Le persone mostrano questo pregiudizio quando raccolgono o ricordano le informazioni in modo selettivo o quando le interpretano in modo distorto. Basta dare una scorsa ai commenti degli utenti che seguono le notizie online, ad esempio. L’effetto è più forte per problemi emotivamente carichi e per credenze profondamente radicate. Diventa così più facile manipolare le scelte e le decisioni degli utenti da parte di chi cerca di trarre consenso, profitto a qualche altro vantaggio. L’arroccamento nelle proprie convinzioni andando a cercare conferme nella rete che a loro volta si presentano spesso come pretestuose o fittizie, comporta il rischio di paralisi dell’io senza che la persona nemmeno se ne accorga. Interpretare, avvallare e condividere notizie false o tendenziose come supporto alla propria posizione esistente, distorcere memorie o fatti, persistere nelle proprie convinzioni e credenze anche di fronte a prove che le sconfessano, così come la consuetudinaria dipendenza dalle informazioni incontrate all’inizio di una serie quando si entra nei motori di ricerca digitando questa o quella voce, sono indice di una polarizzazione dell’atteggiamento dell’io, dell’effetto irrazionale del primato e della correlazione illusoria che avviene quando si percepiscono erroneamente associazioni tra situazioni e persone. Tutto questo lo hanno capito molto bene i media e i gruppi di potere che li finanziano, allo scopo di manipolare le opinioni politiche e le scelte commerciali degli utenti. In questo scenario distopico, l’utente si consegna passivamente alla rete non tanto per non voler vedere quello che è davanti ai suoi occhi, ma perché spesso dimentico di concedersi il benché minimo beneficio del dubbio di fronte a ciò che legge e assorbe. E’ come se avessimo sostituito il Cogito ergo sum con un più pigro e sbrigativo I click therefore I know.

Che poi il corpo non sia più l’ultima frontiera tra la politica, il mercato e noi è tutto da verificare. Grossmann ci ha detto “col corpo capisco,” mentre Camus ci ha insegnato che “l’unico modo per affrontare un mondo non libero è diventare così liberi che la nostra stessa esistenza diventi un atto di ribellione.” Basterebbe questo per comprendere che il nostro corpo, volendolo noi, resta pur sempre una frontiera inconquistabile sia per i mercati che per qualsiasi sistema politico. E’ una questione di scelta.

Quest’anno invece la VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK è strutturata diversamente: workshop coordinati da artisti importanti e conseguente restituzione del lavoro svolto con apertura al pubblico negli ultimi 3 giorni. Voi coordinavate uno di questi percorsi. Ce lo racconti?

Abbiamo selezionato 75 artisti provenienti da 27 paesi, suddivisi equamente in tre gruppi tematici tutorati da Marilyn Arsem, sul tema del tempo, Andrigo & Aliprandi, sulla percezione del Se’, e noi sulla poetica delle relazioni .

Nel percorso laboratoriale che precedeva i giorni di apertura al pubblico con la restituzione dei lavori, abbiamo adottato esercizi specifici per potenziare la pratica artistica di ogni singolo partecipante, creando allo stesso tempo un territorio protetto dove una collettività internazionale di artisti potesse esprimere liberamente le tensioni più profonde nel rispetto delle individualità e del background culturale di ciascuno.

Nella nostra ricerca sulla poetica delle relazioni, vale a dire una poetica, che è priva di norme, obiettivi e metodi, tanto aperta, partecipativa e direttamente in contatto con tutto ciò che è possibile, ci ispiriamo a Édouard Glissant, quando ci esorta a rivendicare il diritto all’Opacità, ovvero alla possibilità di ogni individuo di rivendicare un’identità plurale e mutevole, condizione essenziale per far emergere un nuovo senso di collettivismo.

La storia è costituita da una miriade di episodi e utopie non raggiunte, come movimenti di solidarietà socioculturale e politica, rivoluzionari ma civili, nel rispetto e nella conferma dei diritti umani, del diritto ad esistere. Abbiamo stimolato e guidato i partecipanti (la maggior parte under 30) a condividere e performare le loro esperienze, quelle più impregnate di momenti e coinvolgimento relativi a processi di cambiamento sociale, politico e radicale; momenti in cui l’immaginazione, la determinazione diventavano condizione di possibilità per l’istituzione di un nuovo ordine sociale. Memorie e interpretazioni contrastanti a parte (che emergono sempre in situazioni di melting pot culturale) abbiamo innescato un processo in cui ognuno potesse comprendere appieno che la propria arte e le proprie idee possono rappresentare realmente autentiche alternative culturali a tutte le forme di attività umane, in particolare in relazione all’educazione, alla cultura, alla lettura della storia e alla rappresentazione politica.

Per far questo, abbiamo operato in senso fortemente dialettico.

Poetica delle relazioni non ha nulla a che vedere con la creazione di un’ideologia di perfezione, di un io collettivo versione 2.0. E’ piuttosto un continuo domandarsi su cosa sia la propria identità e come e quando questa entra in dialogo con altre identità unite dallo comune desiderio di cambiare e cercare qualcosa di nuovo, radicale o meno che sia.

L’identità non è mai nulla di pronto. E’ in costante cambiamento. Non è un qualcosa con cui si nasce o che si acquisisce in virtu’ di determinati parametri che sono sempre e comunque discutibili. Allo stesso modo in cui siamo in grado di plasmare la realtà in cui viviamo, siamo anche in grado di re-inventarci ripetutamente, indipendentemente dall’età che abbiamo e dal contesto in cui ci troviamo in quel particolare momento della nostra vita. In una società soggetta a cambiamenti costanti, una persona può scegliere di adattarsi in modo tale da non essere lasciata indietro, ma può allo stesso modo consapevolmente scegliere di non adattarsi per quella stessa ragione. La trasformazione della propria identità può essere espressa esternamente, apportando modifiche al proprio stile e al corpo stesso, ma è soprattutto un processo lento e silenzioso che ha luogo dentro ciascuno di noi. Guardando alle opportunità offerte dalla tecnologia, esistono sempre più mezzi sofisticati che ci permettono di ricreare completamente noi stessi come alter ego virtuali, anche se a noi (come VestAndPage) questo argomento non ci seduce per nulla.

E’ anche vero che alcuni cambiamenti nella vita sembrano non dipendere dalla nostra libera scelta. Se ci soffermiamo a riflettere – ed è un dovere farlo, oggi più che mai – sulle attuali problematiche legate alla migrazione e alla crisi dei rifugiati, optare per nuove rotte o assumere una nuova identità cercando di integrarsi a questa o quella cultura può persino fare la differenza tra la vita e la morte.

Nel processo di co-creazione abbiamo dialogato insieme ai partecipanti del nostro gruppo su cosa significhino per loro i cambiamenti di coscienza che possono attuarsi e rivelarsi in così tante sfaccettature a seconda delle variabili culturali e della crescita interiore di ognuno attraverso le proprie esperienze di vita.

In che modo un performer contemporaneo affronta il tema dell’individuo? In che modo oggi un performer risponde alle distorsioni sociali e ai cambiamenti globali radicali? Chi sono io, chi voglio essere, chi posso essere? Queste domande fondamentali sono poi confluite nella realizzazione della performance opera collettiva “Come Home”, conclusasi con il coro “My freedom is your freedom,” presentata al pubblico la sera conclusiva di CO-CREATION LIVE FACTORY Prologue 1. see

Perché, concluso il ciclo sul corpo, avete scelto questa modalità di contatto tra artisti, di confronto e apprendimento reciproco? C’è in questo prologo una linea curatoriale? Perché sembra un po’ di intuire che la centralità viene data al gesto performativo, alla sua ideazione, studio ed esecuzione in quanto tali, da una comunità creativa che si ritrova.

Abbiamo scelto questa modalità anzitutto perché la VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK non diventasse anche essa un’altra piattaforma ipertrofica di arte contemporanea come già lo sono tante altre e nella fattispecie in una città come Venezia che è più una vetrina che non un hub di produzione artistica e culturale vera propria. In secondo luogo perché dopo tre edizioni nelle quali avevamo presentato i lavori di quei performer che più ci interessavano e di maestri e pionieri della performance che più ci avevano ispirato nel nostro stesso percorso artistico, i tempi erano diventati maturi per consolidare il concetto di “comunità artistica temporanea” che rappresenta il fondamento della VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK sin dal momento in cui l’abbiamo concepita. Poi ancora per aprire sempre di più alle nuove generazioni, visto che per i giovani resta sempre difficile trovare spazi adeguati dove poter affinare e presentare al meglio il proprio lavoro.

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Marilyn Arsem: 100 Ways to Consider Time, at the Museum of Fine Art s, Boston Jeanne and Stokley Towles Gallery Photograph © Museum of Fine Arts, Boston

Prologue 1 è stato pertanto lo start up di un nuovo percorso progettuale: CO-CREATION LIVE FACTORY che anziché basarsi su una linea curatoriale classicamente intesa, si affida ad una comunità temporanea di artisti che si riunisce e prende forma nel momento in cui comincia a discutere e si confronta artisticamente su determinate tematiche che sono cruciali alla nostra contemporaneità.

Ciò che hai intuito in un certo senso è giusto. Il singolo artista e il collettivo diventano essi stessi curatori del proprio lavoro, in quanto la centralità viene data anzitutto al gesto performativo, alla comprensione della sua necessità, alla sua ideazione, studio ed esecuzione in quanto tali. Il nostro contribuito è pertanto quello di cercare più mezzi possibili per facilitare i partecipanti in questa ricerca, rendendoli responsabili delle loro scelte artistiche in funzione di un tema dato così come di quelle che sono le loro più profonde urgenze che necessitano di espressione compiuta per potere poi essere comunicate all’altro, ad un pubblico. Ciò non significa eliminare la figura del curatore, tutt’altro. La figura del curatore è sempre presente, prende parte del percorso, ma in un processo simile di co-creazione dove la performance e i suoi molteplici aspetti vengono sviscerati nel suo farsi, anziché’ semplicemente ordinare, dare direttive, il curatore rappresenta a sua volta una fonte d’ispirazione e a sua volta deve farsi ispirare dagli stessi artisti per stimolare discussione e mantenere il dialogo il più possibile vitale. Infatti, da un paio d’anni e con un ruolo ben preciso e sempre più importante, ci affianca nell’organizzazione una giovane curatrice indipendente, Francesca Carol Rolla, che ha contribuito con passione e dedizione al formarsi e allo sviluppo della VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK sin dai sui inizi, nonché al relativo Educational Learning Program che si tiene ogni anno a fine primavera negli spazi gestiti dall’Associazione Culturale Live Arts Culture al Parco del Contemporaneo di Forte Marghera. La nostra, organizzativamente parlando, è una conduzione di tipo orizzontale nella distribuzione e condivisione di ruoli specifici e responsabilità. Ad esempio Giovanni Dantomio e We Exhibit dirigono l’exhibition setting design. Giorgio De Battisti (Venice Open Gates) cura essenziali aspetti logistici che sono necessari alla funzionalità del progetto, così come gli interventi di supporto di tipo in kind delle varie realtà veneziane che sostengono il progetto ne consentono la fattibilità.

Nei vostri testi e performance c’è la tensione al cambiamento, al non accettare la realtà così come ma a vederne la possibile trasformazione. I termini di critica, anche sociale, sono molto accesi e danno all’atto performativo un valore fortemente politico. Lo è oggi? In che modo?

Lo è sempre di più. In fondo cosa ci spinge ad agire, a performare, se non un tentativo di mantenere intatto ciò che desideriamo difendere ed esprimere?

L’artista di performance da sempre insorge contro i dettami dell’arte tradizionale, così come l’anacronismo della società in cui vive e che attraverso l’industria culturale produce discorsi e pratiche variabili, dove tutto e tutti sono fabbricati, scartati ed esiliati se non sono approvati dalla metrica normativa del capitale.

Ma c’è di più, l’artista di performance, usando come strumento espressivo il proprio corpo, non tanto si esibisce, quanto si ribella anche a se stesso pur di riuscire a mostrare le fratture della contemporaneità. Cerca di mettere in discussione, sovvertire e trasgredire i precetti difesi dall’istituzione della razionalità totalitaria e tecnocratica del nostro tempo, ben sapendo che il suo essere in rivolta non può prescindere dall’effimero qui e ora della sua stessa vita. Tutto questo è molto politico.

Oggi, ad esempio, il dibattito sui generi o sugli effetti (a volte devastanti) del post-colonialismo, trasmettono un nuovo significato alla questione della soggettività, confermando o sfidando l’obsolescenza di idee di identificazione, unità, alterità, interezza, ruolo, autorealizzazione, uguaglianza, eccetera. Il fine è quello di indicare alternative per scelte, interpretazioni e valutazioni di natura morale, etica, sociale, politica e culturale. Indicare alternative ad una situazione esistente corrisponde sempre a necessità ed emergenze che riguardano la natura degli esseri, le strutture delle proprietà e del potere.

Determinare nuovi modi di argomentare su questioni politiche e sociali che, pur se in diversa misura, coinvolgono comunque tutti, consente di trasformare e migliorare le stesse relazioni tra gli individui attraverso processi di socializzazione che, come nel dibattito sui generi, favoriscono un nuovo modo di intendere le cose che va al di là del dualismo, del monismo e del riduzionismo.

 

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