Gallery tales 1 (Rossi&Rossi)

Nel verificare quello che abbiamo scritto, mancava un soggetto. Dopo aver tanto pensato e scritto dul Mercato dell’arte, dopo aver  visto delle mostre e visitato delle fiere come cronisti, discusso con alcuni alcuni artisti, abbiamo tralasciato le gallerie. Abbiamo decisodi scriverne, scegliendo casualmente tra quelle che abbiamo trovato. O meglio, non a caso, ma quelle che ci hanno qua e là interessato/For verifying what we wrote, there was a missing subject. After so much thinking and writing about the Market, we saw exhibitions, visited fairs, we  talk with some artists. But we left out the galleries. We decided to write about, randomly choosing between what we found. Or rather, not by accident, but the ones that have us interested.

 
ecco il primo articolo/there is the first article:
Rossi&Rossi 
sito ufficiale della galleria(gallery official site) 
italian/english version

 

La prima delle gallerie di cui vogliamo scrivere, non recensire che non è proprio il nostro lavoro, è la Rossi&Rossi, galleria con sede a Londra e Hong Kong. Perché? Banalmente perché la abbiamo incrociata più volte in questo anno e senza pensarci su i suoi artisti ci hanno incuriosito/interessato.
Solo dopo abbiamo letto e visto che può essere una delle gallerie che rappresenta un po’ una delle idee di fondo che abbiamo cercato di esprimere, in positivo, nella nostra idea di Mercato. Come dicono loro stessi : “Dalle zone remote del Kazakistan e della Cambogia agli epicentri urbani di Hong Kong e Singapore, gli artisti di Rossi&Rossi producono un lavoro tanto vario quanto i loro paesi di origine” eppure tutti vengono immessi gioiosamente nel Mercato internazionale. La galleria s’inaugura a Londra nel 1986, ma subito diventa leader del settore nell’Est Asiatico e alla fine porta in vendita presso collezionisti, musei ecc., indifferentemente da dove geograficamente collocati (laddove nel Mercato abbia senso questa distinzione), gli artisti di tutta l’area.
 
Paki bastard: Portrait of the Artist as a Black person
Rasheed Araeen
 
Basta dare un’occhiata ai loro artisti per cogliere che , ora come ora, l’orientalismo che a lungo ha segnato le culture Europea e Americana, è in buona parte superato. Al Mercato ci si rapporta nello stesso modo, anche grazie ad alcuni degli artisti che invece hanno dovuto/voluto affrontare il razzismo dei luoghi in cui sono stati costretti a trasferirsi per potersi esprimere. Ed alle loro battaglie.
Per non farla troppo lunga, che l’elenco è davvero corposo, non scrivremo di tutti gli artisti rappresentati da Rossi&Rossi, ma vi invitiamo a vedere il loro sito per verificare quanto sosteniamo.
Il più noto, almeno per noi, è Rasheed Araeen. Chi s’aggira l’ha incontrato, solo quest’anno, a Frieze, Documenta, Biennale di Venezia ed Artissima. In tre occasioni su quattro l’abbiamo visto anche noi.
Pure, quest’artista nato in Pakistan nel 1935 e trasferitosi nei ’60 a Londra, ha avuto un ruolo centrale negli anni successivi per combattere l’eurocentrismo all’interno delle istituzioni artistiche britanniche, sostenendo in particolare il ruolo degli artisti delle minoranze. Oltre alla sua pratica artistica, ha assunto ruoli di attivista con organizzazioni come Black Panthers e Artists for Democracy e ha fondato le riviste critiche Black Phoenix , Third Text e Third Text Asia E’ arrivato, comunque, alla Tate, in mille biennali e decine di collezioni pubbliche e private. Di certo la sua critica dell’ etnicizzazione di tutte le culture non occidentali ebbe, ed ha, caratteri aspri. Basta pensare a Paki bastard: Portrait of the Artist as a Black person (1977), sulle violenze subite da un pakistano da parte della polizia inglese.

 
Tanta strada da quando, negli anni 70, le sue sculture non oggettive, minimaliste, erano poco conosciute, da che organizzò The Other story, con la presenza di artisti d’origine asiatica, africana e caraibica, fino al suo riconoscimento internazionale. Unendo lo scontro per l’uguaglianza e le forme di cui trovava riscontro in una parte della cultura islamica che ha “formulato le prime idee di astrazione geometrica che, con simmetria e serialità “ è arrivato al suo ultimo lavoro, una sorta di sintesi di arte, matematica, storia che gli toccare l’ecologia, i diritti umani, la discriminazione in una riflessione profonda e contrastata tra la sua storia, quella di cui s’è fatto partecipe e le contraddizioni tra le due.
Zero to Infinity – Rasheed Araeen 
 
Contraddizione che non può che rendergli difficile riconoscere un’identità tra arte di successo in Europa e Africa e la verità che  intuisce, tra la dignità di ogni esperienza e l’imposizione degli standard del più ricco.
 
Anche Lee Minguei, presente a Venezia, nato a Taiwan e ora residente a New York e Parigi, d’altra parte costruisce il suo lavoro con installazioni e performance che si occupano di interrelazioni e partecipazione, persino allargando i tempi delle sue mostre con eventi che possono avvenire in qualunque momento. Ad esempio, ai Giardini della biennale, vi sarà capitato di trovare una sedia con una pietra sopra. Una donna vestita di bianco e con dei campanellini alle caviglie (nel nostro caso almeno) ti raggiungeva, ti faceva sedere, scambiava qualche parola, se ne andava per tornare con una busta su un vassoio.
 
The mending Project – Lee Minguei
Dentro c’era un dono dell’artista e e venivi invitato ad  aprirla “ogni volta che la bellezza ti visita”. Vi si trovava un racconto sulla bellezza che l’artista aveva raccolto dai suoi amici nei mesi precedenti o anche mentre rammendava i vestiti di chi si siede di fronte a lui in “The Mending Project”.
 
 
C’è anche chi, come Konstantin Bessmertny è nato nel 1964 a Blagoveshchensk, nell’ex Unione sovietica e ora vive tra Macao e Hong Kong. Cioè sta nel mercato senza essere dovuto andare in occidente, avendo studiato per anni nelle Accademie sovietiche e rendendo evidente nei suoi lavori la traccia della sua ampia cultura. Né il sarcasmo delle sue tele (alla Ensor), perde di valenza per questo. Va ricordato quando alla Biennale di Venezia espose alcune sue copie del Canaletto, commissionategli in una città vicino Macao.
 
Vale la pena visitare il sito, sia per le esibizioni che per la pagina shop in cui, per un bel paradosso, si possono trovare i pdf di alcuni cataloghi e mostre degli artisti interessati. Guardate Fereydoun Ave, ad esempio, o Naiza Khan.
 

Consapevoli d’avere di fronte un’importante galleria, ma che gli artisti, di qualunque nazionalità, aspirano al Mercato, forse Rossi&Rossi potrebbe aiutarci a liberarci da qualche pregiudizio, comprendendo che, se non ancora oggi, ma di certo nel prossimo futuro, per un artista Baku va bene tanto quanto New York, Hong Kong o una zona remota della Cambogia.


english version

The first of the galleries that we want  write about , not to review that it is not really our job, is the Rossi & Rossi, gallery based in London and Hong Kong. Because? Trivially because we have we met this gallery several times this year and without thinking about it  we were curious/interested about its artists.

Only after we have read and seen it we have understood that can be one of the galleries that represents some of the basic ideas we have tried to represent, in the positive, in our market idea. As they say: “From the remote areas of Kazakhstan and Cambodia to the urban centers of Hong Kong and Singapore, Rossi & Rossi’s artists produce as diverse work as their countries of origin” and yet all are joyfully placed on the international market. The gallery opened in London in 1986, but soon became the industry leader in Eastern Asia and finally sold for sale at collectors, museums, etc., regardless of where geographically located (where the market makes this distinction) the artists of the whole area.

Causarum Cognitio. Philosophicus – Konstantin Bessmertny


Just take a look at their artists to find that London or Macau, now as now, the orientalism that has long marked European and American cultures, is largely outdated. The market is similar in the same way, even thanks to some of the artists who have had to / has wanted to face the racism of the places in which they have been forced to move in order to express themselves and their battles.

 

To avoid making it too long, that the list is really full, we will not write about all the artists represented by Rossi & Rossi, but we’ll invite you to see their site to see how much we support.
 
 

The best known, at least for us, is Rasheed Araeen. Anyone who has turned around for exhibitions has met him this year in  Frieze, Documenta, Venice Biennale and Artissima. On three occasions on four we also saw it. This artist, born in Pakistan in 1935 and moving to London in the 1960s, played a central role in later years in combating Eurocentrism within British art institutions, in particular supporting the role of minority artists. In addition to her artistic practice, she has taken a role of activists with organizations such as Black Panthers and Artists for Democracy and has founded critical magazines like Black Phoenix, Third Text and Third Text Asia. She has arrived at Tate, in a thousand biennials and dozens of public and private collections. Certainly his criticism of the ethnicization of all non-Western cultures had, and has, harsh characters. Just think of Paki bastard: Portrait of the Artist as a Black Person (1977), on the violence of a Pakistani by the English police.

Fereydoun Ave


He  has come a long way since, in the 1970s, his non-objective, minimalist sculptures were little-known, he had organized The Other story with the presence of Asian, African and Caribbean artists, until his international recognition. Combining the clash for equality and the forms he found in a part of Islamic culture that “formulated the first ideas of geometric abstraction that, with symmetry and serialism,” and it came to his last works, a sort of synthesis of art, math and history that touches ecology, human rights, discrimination in a profound and contrasted reflection between his story, the one he participated and the contradictions between the two.

Contradiction can only make it difficult to recognize an identity between successful art in Europe and Africa and the truth he believes to understand, between the dignity of every experience and the imposition of the standard of the richest. Lee Minguei, who was born in Taiwan and now resident in New York and Paris, also builds his work with installations and performances that deal with interrelations and participation, even expanding the times of his exhibitions with events that can take place at any time. For example, at the Gardens of the Biennial, you could had find a chair with a stone above it. A woman dressed in white and with ankle bells (in our case at least) reaches you, sits down, exchanges a few words, goes back and comes back with an envelope on a tray.

It is a gift from the artist and you are invited to open it “every time beauty visits you.” Inside there is a story about the beauty that the artist has collected from his friends in the previous months or even as he sew the clothes of those sitting in front of him at The Mending Project.

naiza khan

There are also those who, like Konstantin Bessmertny, were born in 1964 in Blagoveshchensk in the former Soviet Union and now live between Macau and Hong Kong. That is, he can stay in the market without having to go to the West, having studied for years in the Soviet Academies and making evident in his works the trace of his vast culture. Neither the sarcasm of his canvases (reminiscent of Ensor) loses its value for this. It should be remembered that at the Venice Biennale he exhibited some of his copies of the Canaletto, that someone have commissioned to him in a city near Macau
.


It is worth visiting the site, both for the exhibitions and the shoppage where, for a nice paradox, you can find the pdfs of some catalogs and exhibitions of the artists concerned. Look at Fereydoun Ave, for example, or Naiza Khan. Aware of facing an important gallery, but artists, of any nationality, aspire to the Market, might be an experience that will free us from some prejudice, understanding that, if not yet certanly in the near future, for an artist Baku is okay as much as New York Hong Kong or a remote area of Cambodia.

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