La persistenza dei confini

Nel tempo del lockdown in molti si interrogavano su come sarebbe cambiata l’arte, su quali nuovi linguaggi e modalità di fruizione sarebbero stati inventati, sul ruolo del virtuale. In fondo la cultura, in ogni sua forma, si trovava, e spesso si trova tutt’ora viste le chiusure e la necessità del distanziamento sociale, online. Ne abbiamo parlato nell’articolo precedente, che risale a qualche mese fa. Certamente l’ondata di virtualizzazione delle esperienze, dal lavoro al cinema ai musei, e le costrizioni alle libertà di ognuno sono state imponenti, tanto da far riflettere gli architetti (che come categoria si attrezzano a diventare profeti di mondi nuovi con frequenza inferiore solo a quella degli artisti) sull’urbanistica post covid. A volte con effetti stranianti, come quegli architetti che fino a febbraio progettavano innovativi grattaceli e a maggio invitavano a lasciare le città per vivere nella campagna.

L’artista italiano Francesco Vezzoli di fronte alla massa di musei, gallerie, mostre, artisti che si mettevano in rete disse “non basta mettere contenuti online delle mostre per evolvere un linguaggio che adesso dovrà essere completamente scompaginato”. Il critico Luca Beatrice ha postato sul suo canale youtube vari video in cui, anche riprendendo la riflessione di Vezzoli, iniziava a fare delle ipotesi.

Probabilmente si inizierà a vedere qualcosa di nuovo nel tempo. Ad esempio, per l’Italia, la Quadriennale che si terrà a ottobre e in cui si annuncia un allestimento innovativo per la fruizione delle opere che prevedono un’interazione con il pubblico, soprattutto per le performance.

Ad ora però la ripresa delle attività culturali si ripropone largamente come prima, solo un po’ meno. Nelle prime mostre del post lockdown si è mantenuta intatta la ritualità precedente. E dunque via con le inaugurazioni, i dibattiti, i buffet, ma con le persone distanziate. La differenza, a dire il vero, si vede proprio nella collocazione a scacchiera, visto che anche prima spesso non è che ci fosse tanta gente.

Questa riproduzione dei gesti consolidati non è solo una questione di pigrizia, è anche oggettivamente difficile che sia il singolo artista a poter “scompaginare” il linguaggio. Il Mercato richiede risorse ed innovazione che non è possibile produrre artigianalmente e per questo le grandi istituzioni sono favorite, anche se significa che la diffusione dell’innovazione nel linguaggio germinerà per imitazione.

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Nel frattempo ad agosto ci è venuta in soccorso l’apertura di NXT Museum di Amsterdam, uno dei pochi spazi dedicati alla New Media art ed a settembre si è tenuta l’edizione 2020 di Ars electronica. Abbiamo collegato i due eventi al momento attuale perchè:
1 – La “New Media art fa riferimento a un ambito artistico ampio e stratificato, strutturalmente contaminato con i diversi settori della ricerca tecnologica e la relativa industria (Marco Mancuso, Arte, tecnologia e scienza), ed è quindi una forma di arte ibrida
2 – Producendo lavori spesso anomali rispetto alle forme d’arte tradizionale per potersi confrontare con i musei e le gallerie dell’arte contemporanea, gli artisti della New media art hanno dovuto immaginare modalità specifiche di esposizione.
3 – Ha usato la rete in modo innovativo sia per la creazione che per la divulgazione/archiviazione della produzione artistica ( es. Digicult, Rhizome e, per ricordarci di quando eravamo piccoli 0100101110101101).

Prendiamo ad esempio Face to Facebook. Paolo Cirio e Alessandro Ludovico si sono appropriati di 1 milione di profili Facebook, hanno filtrato i volti attraverso un programma di riconoscimento facciale dividendoli in alcune semplici categorie e li hanno inseriti in un finto sito per appuntamenti ( www.Lovely-Faces.com). Questa performance evidentemente tratta la fragilità dei sistemi di gestione dati dei social che vengono spesso descritti come inviolabili ma soprattutto l’utilizzo disinvolto dei dati personali, che incide anche nelle nostre relazioni sociali. Sono stati molti i tentativi per capire come esporre questo lavoro in un museo, il più riuscito dei quali è una grafica dei tanti volti utilizzati.

The trasparency Grenade (2014), lavoro di Julian Olivier, è una granata che ricorda quelle sovietiche che cattura tutto quello che passa in rete e tutto l’audio intorno a sé, lo filtra e lo ricompone su una mappa pubblica online. Anche in questo caso l’artista sta verificando la facilità con cui, in un contesto digitale, possa essere violata la privacy di chiunque.

Per cambiare genere potremmo citare Reflektor Distortion di Carsten Nikolai. Qui il lavoro si compone di tre componenti principali: specchio, riflesso e distorsione. In sostanza una bacinella con dell’acqua viene fatta ruotare mente degli altoparlanti emettono variazioni di suoni a bassa frequenza. L’acqua fa da specchio a dei tubi al neon verticali, che vengono di volta in volta distorti dal suono e dalla rotazione. Dice Nikolai che tale installazione si basa sulla sua tesi che ognuno di noi ha una percezione distorta della realtà.

Per non fraintendere: non proponiamo d’ora in poi di metterci tutti ad occuparci di Intelligenza Artificiale, machine learning, robotica, nano e biotecnologie, reti neurali o a mettere da parte le tele per dedicarci a scrivere software (anche se si vendono bene). Come vedete noi stessi continuiamo a pubblicare disegnetti e
d’altra parte è in discussione lo stesso futuro della New media art, vista la velocità e l’importanza del susseguirsi di innovazioni che tendono alla contemporanea sparizione dei mega sistemi hardware e il repentino dimagrimento dei finali di connessione porta alcuni ad immaginare un’epoca post digitale tutta diversa.

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Però alla sempre più stanca riproduzione di codici precovid ci sembra vada contrapposto qualcosa di diverso, che come detto tenda ad ibridare competenze e a dare un ruolo diverso alle figure tradizionali. Pensiamo ad esempio ai curatori, che dovrebbero probabilmente implementare la propria capacità di leggere potenzialità e problemi degli spazi e di immaginare nuove e diverse forme di fruizione di ogni forma d’arte. Decidere di esporre solo artisti italiani o dedicarsi all’arte di prossimità sono scelte che non ci sembrano convincenti. Perché, se è pur vero che potenzialmente potrebbero portare al Mercato artisti che non avevano avuto fino ad ora le opportunità che meritavano, è vero che il loro approdo sarebbe largamente ai margini del Mercato stesso, il quale non è certo rientrato ad una dimensione nazionale o locale.

La necessità di ripensare qualcosa è evidente se analizziamo gli effetti dell’invito alla fruizione delle cultura in rete. Certamente ha portato all’immissione di nuovi contenuti ed al consolidarsi delle esperienze già presenti, ma è vero che le potenze di fuoco comunicative sono diverse anche lì ed il contemporaneo non ci sembra abbia retto il confronto, proprio per quel che diceva Vezzoli all’inizio di questo testo.

In tal senso, secondo noi, l’esperienza della New media art può essere preziosa.

Altrimenti continueremo ad aprire Google arts& culture e trovare, nell’ordine, Van Gogh, Monet, Rembrandt, Moma, Starry nigth.

* le immagini sono grafiche dai disegni del lockdown riportate in post precedenti per saperne di più

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