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Agrupación Señor SerranoZehra Doğan
Come i film polizieschi spesso iniziano con la dichiarazione che personaggi e storie sono inventati, noi iniziamo con un paragrafo che avverte che i due capitoli seguenti non sono scritti per mettere in opposizione, contraddizione, i protagonisti. Scriveremo di esperienze e forme espressive diverse, giustapposte qua semplicemente per l’incontro casuale con entrambe e una relazione che è nata nelle nostre teste.

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In questo articolo, contrariamente alle nostre abitudini, partiremo dal Teatro, ed in particolare da “Una isla” di Agrupación Señor Serrano, compagnia di Barcellona che nel 2015 ha vinto il Leone d’Argento per l’innovazione teatrale alla Biennale di Venezia.
Ci ricordavamo i precedenti spettacoli, in particolare “The Mountain”, fatti di video, miniature, performance e tecnologie innovative che indagavano in maniera spiazzante vari aspetti discordanti del contemporaneo, come, ad esempio l’esistenza della verità nella comunicazione odierna.
Perché ne parliamo? Diceva Jack Nicholson nelle Streghe di Eastwick che avrebbe mangiato qualunque cosa, a patto fosse flambé e noi vedremmo qualunque cosa, a patto che contenga ologrammi e qua e ne sono a volontà. Questo perché chi è affezionat* ad un certo modo di fare teatro di Agrupación Señor Serrano, ha capito subito che qua ci si sarebbe trovat* di fronte ad una novità e a noi la cosa inizialmente ha preoccupato.
Ci siamo trovati di fronte a uno spettacolo sul tema del dialogo tra diversi, costruito su tecnologie che ricreavano lo scenario dell’isola, del naufrago che la abita e sulle comunità altre da lui con cui cercherà di entrare in contatto. Luci, ologrammi, sfere contenenti i performer e immagini create dall’intelligenza artificiale. Diremo, per non dilungarci, le cose di nostro interesse allineate per punti, comunicando già ora che la nostra non sarà una critica teatrale, non ne saremmo capaci. Per questo di seguito metteremo il trailer dello spettacolo, che meglio di noi ne può dare un’idea.

Dunque:
1- Come detto l’intelligenza artificiale è effettivamente coautrice e lo testimonia il dialogo uomo/macchina proiettato sullo sfondo che dà origine allo spettacolo. Una sintesi mediata effettivamente, ma comunque interessante. Crediamo, inoltre, sia una tra le prime volte che vengano accolti importanti suggerimenti al testo, e non riscritture o riprese di idee umane. Ipotesi di scene, la stessa modalità che userà il naufrago per connettersi con gli altri, fisica, di movimento, e non verbale sono un suo parto.

2- La rappresentazione però non canta le lodi dell’IA, ma verifica che il suo attuale funzionamento, nelle forme più sofisticate ma commerciali, non tende a trovare una risposta in assoluto, ma la risposta più adatta all’interlocutore nella sequenza statistica delle concatenazioni più frequenti. Vuol dire che alla stessa domanda ci possono essere risposte diverse, ragionevoli o meno. Siccome dall’inizio dello spettacolo uomo e macchina si propongono di parlare per metafore, questa molteplicità spesso assurda di soluzioni possibili ad un certo punto crea una sorta di impazzimento delle stesse, nel gorgo delle proposte dell’Ia. Da comunità di cantanti lirici col collo lungo a gruppi di tifosi di rugby, l’uso della trasposizione di significati salta in una dimensione senza contatto col vissuto, come quella dell’algoritmo che le genera.
4- La risposta alla domanda fondamentale dello spettacolo, citiamo: “Come si passa dall’“io” al “noi”, dall’individuo alla comunità? Quel “noi” si adatta alle persone che non ci piacciono? Quale percentuale della popolazione comprende quel “noi” che sogniamo”, viene affrontata sul limite della banalità, ma senza cadervi grazie ad un approccio critico. Esiste un dubbio che pervade il colloquio tra uomo e automazione, esiste nell’umano che chiede, ma sembra pure nella macchina che risponde. La risposta più semplice, basata sulla buona volontà (vogliamoci bene ed accettiamo le reciproche differenze), affiora ma è subito messa in discussione.
5- La forza visiva dello spettacolo. Le tecnologie utilizzate, con la comparsa di teste cantanti sospese, la rappresentazione dello sviluppo della storia dell’Isola con manipolazioni d’immagine, non sono mai utilizzate fuori contesto e, assieme ai tempi lunghi delle scene, aiutano a creare un’immagine esteticamente coinvolgente.
Dunque uno scintillante e consapevole prodotto contemporaneo. La sensazione è la stessa che ci diede il primo minuto di Melancholia di Lars Von Trier: una cosa ben fatta, curata, cosa che spesso nell’arte contemporanea non si trova, probabilmente per la difficoltà a reperire risorse e professionisti adeguati

Pesante

Ma non è l’unica contemporaneità. Ci è venuto in mente che altrettanto attuale è una via alternativa alla ricerca. Laddove ne “Una isla” si tratta di un’esperienza in cui si arriva al livello massimo di astrattezza possibile, di arte comunque politica ma mediatissima da immagini, altri tentativi rimangono agganciati al reale con potenza, e la rappresentazione si lega alla terra saldamente. Se qui ci si affida a macchine che , se così si può dire, hanno in sé tutte le conoscenze possibili ma manca loro l’esperienza della vita, in altre regioni è proprio la vita che la fa da padrone e diventa oggetto d’espressione politica. Di tanti esempi possibili scegliamo Zehra Doğan, presente nei giorni scorsi a Bologna con la galleria Prometeo di Ida Pisani.
La Doğan è un’artista e giornalista curda arrestata dalla Turchia nel 2016 con l’accusa di propaganda terroristica per aver pubblicato su twitter un disegno, ripreso da una foto dell’esercito turco, che rappresentava la distruzione di Nusaybin, con bandiere turche issate ovunque ed i carri armati trasformati in scorpioni. La sua prigionia durò quasi 3 anni, in condizioni disumane. Naturalmente ad un certo punto le venne impedito di disegnare, ma lei continuò di nascosto, utilizzando tutto quello che aveva a disposizione, dai fondi di caffè alla cenere fino al sangue mestruale. Nel carcere cambia tutto, le reti interpretative della vita libera vengono abbandonate e ne giungono di nuove. Lo stesso si può dire delle esperienze e delle conoscenze, che vengono offerte alla condivisione e rielaborate grazie a un confronto democratico, in cui ciascuna delle donne presenti può dire la propria, indipendentemente dalla sua origine o dal contesto sociale di provenienza. Una volta uscita dal carcere pubblica un reportage di quest’esperienza, Prigione n. 5, opera di resistenza che poi infatti sfocerà in mostre dal titolo “Avremo anche giorni migliori”. Corpi femminili stilizzati, con occhi, bocca, sesso enfatizzati, tecniche miste su supporti poveri caratterizzano la sua produzione. La prossimità forzata e le sofferenze condivise delle carceri turche creano un senso di solidarietà femminile, una sorellanza lei dice, che riesce a generare coraggio. Per questo ancora usa i materiali che utilizzava in carcere, perché anche fuori da là deve proseguire la lotta per la dignità del corpo femminile e contro la volontà maschile di possesso, contro il patriarcato. Pavoni, dio sole, serpenti, la donna serpente, simboli del suo popolo, riportano questa lotta al dramma curdo.
Chiaramente non tutto è così lineare, difatti si raccontano anche fragilità, dubbi, il vacillare a volte delle convinzioni.
Una creatività nata dalla sofferenza, realizzata con scarti e dedicata al corpo nella ricerca di un mondo diverso, attraverso segni connessi alla tradizione, privi di volontà estetizzante, materiali che riportano alla materialità più immediata, al vissuto concreto.

copertina testo prigione 5

Vano

Due esperienze che prendiamo come esempio, facendole diventare esse stesse metafore, non per contrapporle, ma perché rappresentano due delle possibili diverse forme in cui s’esprime la creatività contemporanea. Altre ce ne sono, che qua non facciamo categorie assolute, ma prendiamo per ora queste, vicine solo perché le abbiamo incontrate in un tempo breve. L’abbuffata di fiere d’arte di questo periodo, in cui questi diversissimi linguaggi convivono, ci fa domandare se esista un perimetro che descrive la contemporaneità. La definizione di arte contemporanea come arte attuale ci pare un po’ povera, poiché sembra una rinuncia interpretativa, una sorta di presa d’atto della realtà così come è. Ma questo contrasta, ad esempio, con l’intento politico intrinseco a molti lavori, che tutto sommato dovrebbe esprimere una volontà di cambiamento di qualche tipo. D’altra parte, esiste una innumerevole quantità di curatori, critici, studiosi che scrivono testi interpretativi, pubblicano cataloghi, tengono conferenze d’approfondimento che motivano il senso/valore di un’opera, che poi per questo entra nel gran mondo del contemporaneo. La molteplicità d’espressioni che convivono nello stesso periodo non è certa una novità. Come abbiamo scritto altrove, ad esempio, nel 1917 il Sig. Mutt consegnava l’orinatoio rigirato su se stesso e chiamato “Fontana” ad una mostra collettiva, Modigliani dipingeva il “Nudo disteso” e De Chirico “Le muse inquietanti”. Se poi allarghiamo un po’, nel 1914 Malevic partoriva il “Quadrato nero su fondo bianco”. E, forse ancor più propriamente, a poca distanza, sempre nel secolo scorso, l’arte povera e la transavanguardia. Quindi niente di nuovo? Può essere, difatti il capitolo s’intitola vano. Però, diciamo cosi, i movimenti e gli artisti d’età moderna erano evidentemente alternativi, godevano di apparati critici distinti e spesso in contrapposizione. Non crediamo che Celant o Bonito Oliva avrebbero potuto dar vita indistintamente all’uno o all’altro dei movimenti citati. Ovvero esisteva evidentemente una necessità avvertita di qualificare una performance, un quadro, un film attraverso un’interpretazione che andasse oltre il dato cronologico. Questo anche in tempi più recenti, in cui d’improvviso tutt* facevano performance, oppure si decretava universalmente la morte della pittura.
Semplificando oggi lo stesso curatore passa disinvoltamente all’organizzazione di una mostra “leggera” ad una “pesante”, un critico vede uno spettacolo performativo ed uno di parola e li descrive entrambi come contemporanei. Non ci sfugge che in questa scelta c’è anche l’ormai stabile condizione precaria dell’attività di queste figure, laddove non siano dopolavoristi, che tende a ridurre la loro libertà. Non sono osservazioni nostalgiche, ma la volontà di capire se ora, nell’equivalenza apparente di ciò che è prodotto, la valutazione sia essenzialmente dovuta al gusto di istituzioni riconosciute (curatori, musei, galleristi, critici, magari un pubblico qualificato) nell’ambito del Mercato o esistano, comunque, elementi di valutazione diversi, per quanto non strutturali. Quello che possiamo escludere già ora è certamente la possibilità di una differenziazione geografica dovuta alla provenienza dell’autore, potremmo fare esempi opposti a dimostrare quest’assunto. Nemmeno si tratta di ambienti politicamente diversi. Stiamo nei luoghi dell’eccellenza per quello di cui stiamo parlando. Una isla l’abbiamo visto nella stagione Teatro Contatto del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG la Doğan presso la galleria Prometeo, che è una delle più importanti, non in un centro sociale o in una comune.

Per ora chiudiamo qua, con una domanda come è giusto che sia. In fondo il manifesto de Una isla richiama l’Isola dei Morti di Böcklin, ed è significativo che l’isola immaginata dall’Ia come scenario del tentativo di costruire un nuovo rapporto più armonico tra diversi, sia ispirata ad un dipinto simbolista, quanto mai misterioso e livido, oggetto di ammirazione e di stroncature, tanto astratto da poter dare adito a tante interpretazioni quanto gli occhi che lo guardano. Però, probabilmente stanco d’esser collegato a una soprannaturalità negativa, il buon Böcklin dipinse anche l’Isola della vita, per cui vale l’esatto contrario di quanto detto dell’altro quadro. Due opposti usciti dalla stessa mano, uniti però dalla scelta simbolista. Ci si chiede se esista qualche forma di relazione ulteriore rispetto all’ingresso nel Mercato, per relazionare le diverse esperienze del contemporaneo